
IN QUESTA PAGINA VORREMMO METTERE I VOSTRI PENSIERI, LE VOSTRE PAROLE, QUELLO CHE VI VIENE IN MENTE RIGUARDO AL BAE, AL CALCIO MODERNO, AL RAZZISMO, AL CHIAPAS, ECCETERA. SCRIVETECI A info@elestadiodelbae.org
Francesco, "Bae",
continua a correre. Martedì 13 febbraio 2001 alle
9.15 del mattino se ne è andato un nostro fratello, amico, compagno: Francesco
Romor, conosciuto da tutti come il "Bae". Che cosa si può dire di
fronte ad una cosa così terribile, grande e scura, cattiva, ingiusta, assurda?
Che cosa ci può uscire dal cuore gonfio di lacrime? Poche cose, ma senza
inventare niente. Basta ricordare chi era, il Bae, che grande persona sia stata
durante una vita troppo breve ma piena di senso e di umanità. Quel suo fare
spavaldo ma tranquillo, di chi sfida le avversità con una naturalezza che gli
viene da dentro, è fissato nel suo sguardo e nei nostri occhi. Noi che lo
abbiamo conosciuto, in una curva dello stadio o in un centro sociale. Noi che
abbiamo imparato da lui che l'umanità, la giustizia, la dignità si conquistano
prima di tutto credendoci, sognandole. Noi che lo terremo dentro, ognuno a modo
suo, ma insieme come voleva lui. Bae era uno di quelli che viveva per vivere con
gli altri. Si inventava le maniere per sentirsi comunità, anche se aveva
sperimentato, a volte, la solitudine. Forse proprio per questo gli usciva quella
forza da dentro. Era uno dei pochi che non si è mai dimenticato di quelli che
stavano peggio di lui. Con naturalezza, con la rabbia di chi non smette mai di
combattere, con la dolcezza di una persona gentile e buona. In curva ci è
cresciuto e ha fatto crescere tanti altri. Si è battuto perchè essere in curva
venisse considerata una qualità e non una degenerazione. Perchè lui credeva,
ovunque fosse, in quella "umanità diffusa" che solo chi viene
dal basso sa che può far bene. A sè stessi e a tutti gli altri. Era innamorato
della rivoluzione zapatista, e sognava di raggiungere Marcos e tutto l'EZLN
proprio ora, a marzo, con tutti i suoi fratelli e sorelle. L'ingiustizia
della malattia non gliel'ha permesso. Ma a centinaia, migliaia, lo porteranno
tra la sua gente, in Chiapas. In tanti andranno con lui in trasferta o a gridare
da quegli spalti. In tanti gli si stringeranno vicino per avere meno paura ad
affrontare l'arroganza e la violenza che solo il potere, quello che lui non
accettava perchè sognava un mondo migliore, riserva per i più deboli. In
tanti, tanti. Il Bae, è inutile cercare di nasconderlo, non c'è più e questa
è la terribile pesantezza che si fa fatica ad accettare. Ma da dentro non ce lo
toglie più nessuno. Continua a correre e a sognare, Bae. Noi siamo con te.
CENTRO SOCIALE RIVOLTA - TUTTA LA CURVA SUD.
* * *
Al
Bae non piaceva questo calcio moderno, tutto business e niente passione. Al Bae
non piacevano neppure i coltelli, gli agguati vigliacchi, tutti quegli stronzi
che infamano ed infangano il mondo degli ultras. Il Bae era un ultras, la
passione per il calcio e per il tifo ce l’aveva dentro da sempre, assieme a
quella sete di giustizia, al sogno di un altro mondo possibile, alla voglia di
lottare per costruirlo. Sognava il Chiapas zapatista, il Bae, quando se n’è
andato. Quel giorno di febbraio eravamo persi, smarriti, cercavamo
disperatamente qualcosa cui aggrapparci. “Costruiremo un campo da calcio in
Chiapas per ricordarti!” Ecco, El Estadio del Bae all’inizio era questo: un
gancio per chi aveva perso un fratello, un amico, un compagno. Poi, come in un
sogno, la fantasia ha messo le ali, e dalla Laguna, ha cominciato a volare. Ha
sorvolato dieci, venti, trenta curve, si è posata su centri sociali e spazi
autogestiti, ha rimosso rivalità e confini, ha preso coraggio e forza ed ha
traversato l’oceano. Fin laggiù, nel profondo della Selva Lacandona. La
fantasia si è posata lì, dove Francesco, il Bae, voleva andare.
Ce l’ hanno portata i sogni di tanti, perché i sogni sono l’ energia
che ci fa andare avanti. Quel giorno di febbraio il Bae ci ha lasciato un grande
regalo. La forza e la voglia di continuare a sognare. Ed il sogno di Francesco
ne ha fatta di strada. E’ arrivato a Guadalupe Tepeyac, un villaggio zapatista
nella Selva. Un villaggio da poco restituito, semidistrutto, ai suoi abitanti
dopo sette anni di occupazione militare da parte dell’ esercito federale
messicano. Una comunità, quella di Guadalupe Tepeyac, sopravissuta per sette
anni tra le montagne, che vuole ricominciare a vivere. Vogliono vivere, i
ragazzi e le ragazze di Guadalupe Tepeyac, vogliono prendere a calci un pallone,
ma El Estadio del Bae non è, solo, un campo da calcio. E’ un progetto,
pensato e discusso assieme a tutta la comunità, per sostenere la rinascita di
Guadalupe Tepeyac. Dall’acquisto di materiali edili allo sviluppo della
falegnameria comunitaria, dall’ acquedotto al centro sportivo (campi da
calcio, basket, pallavolo), dai servizi agli spazi comunitari, El Estadio del
Bae è tutto questo. Un progetto da oltre 85.000 euro attorno a cui si stanno
aggregando decine di tifoserie ultras italiane ed europee. Nelle curve si
organizzano raccolte di fondi, si diffondono notizie sul progetto attraverso le
fanzines, i giornali autoprodotti dai tifosi, si vendono sciarpe e magliette per
promuovere ed autofinanziare i lavori. Bolognesi e Modenesi, acerrimi rivali, si
ritrovano così ad organizzare cene e concerti per raccogliere fondi, gli Ultras
del VeneziaMestre, la squadra del cuore di Francesco, organizzano tornei con
gruppi ultras amici e rivali, comunità di cittadini migranti e realtà
giovanili, si moltiplicano le tifoserie che organizzano incontri per presentare
il progetto e per sostenerlo. Concerti, cene sociali, ognuno si organizza: è
tutto un fiorire di iniziative, da Cosenza ad Innsbruck, da Vienna a Fasano, da
Perugia ad Ancona, da Terni ad Amburgo passando per Roma, Napoli, Vicenza,
Milano, Montevarchi, Lugano, Pisa, Empoli, Venezia, Pistoia, Bordeaux,
Manchester, gli ultras delle curve sognano un altro calcio e si mobilitano
superando steccati e rivalità.
Gli ultras, quelli che il ministro Pisanu definisce i “barbari degli
stadi”, sono anche questi. Forse la parte più sincera e pulita di un calcio
senza più alcuna etica, schiavo di un business incapace di regalare sogni, un
business che necessita di clienti, non di tifosi, un business che vede gli stadi
come centri commerciali e non come luoghi di aggregazione.
A
Guadalupe Tepeyac, intanto, i lavori procedono: dopo l’acquisto e la posa in
opera dei macchinari per la falegnameria è stato realizzato l’acquedotto di
oltre 4 chilometri che serve tutto il villaggio, grazie anche al lavoro
volontario di un gruppo di militanti zapatisti e di ultras giunti dall’
Italia. Ultras di squadre rivali che volano di là dell’ oceano per costruire
il sogno di un ragazzo come loro, per non perdere il maledetto vizio di sognare,
scoprendo che dietro una sciarpa di un colore diverso, ci sono gli stessi sogni,
le stesse passioni, le stesse speranze.
Così El estadio del Bae non è solo un modo per ricordare Francesco, per fare qualcosa di concreto nel campo della solidarietà alle comunità ribelli del Chiapas, ma anche, e soprattutto, il tentativo, riuscito, di aprire canali di comunicazione tra tanti ragazzi che vivono le curve degli stadi. Che non vogliono tacere davanti ad una repressione cieca e pericolosa per le libertà di tutti, che denunciano l’ ipocrisia di chi vorrebbe stadi pacificati in un mondo in guerra, che non si rassegnano ad essere clienti di uno show che produce solo emozioni di plastica, che non tollerano che le loro curve siano usate per diffondere razzismo e xenofobia a uso e consumo di movimenti politici senza scrupoli, che sognano un altro calcio e un altro mondo. C’è un Bae in ogni curva, ci sono ancora ultras, con un cuore, un’ anima, un cervello, che non si arrendono. Mai. El estadio del Bae è dedicato a tutti loro.
GENNAIO 2005: YABASTA E ULTRAS ANCONA IN CHIAPAS PER CONTINUARE I LAVORI
GLI ULTRAS ANCONA IN CHIAPAS
(GENNAIO 2005)
Sono tante le riflessioni che ci hanno accompagnato nel periodo in cui siamo stati ospiti dei compagni della "Realidad", molte le suggestioni che realmente ci hanno fatto credere che sia possibile costruire percorsi autonomi in cui liberamente si possa scegliere dove e come vivere.
Nonostante che il periodo della nostra permanenza non sia stato molto prolungato, abbiamo potuto apprendere quanto il processo di autonomia e di autogoverno delle comunità ribelli, sia pensato ed organizzato scrupolosamente in tutti i suoi aspetti. Non è stato indifferente per noi osservare il lavoro quotidiano che viene svolto da tutti e tutte all'interno della comunità: dal lavoro portato avanti dalla Junta che organizza e gestisce le questioni giuridiche e amministrative del Caracol, al lavoro che i compagni svolgono nei loro campi dedicandosi alla coltivazione del caffè, del mais piuttosto che il cacao..
L'incontro con la Giunta del Buon Governo è stato molto stimolante perchè ci ha permesso di confrontarci con le loro esigenze e priorità che spesso possono scontrarsi con le nostre aspettative. In effetti, quando è nato il progetto dello stadio del Bae, tutti noi pensavamo che realmente lo avremmo costruito e sarebbe stata una cosa utile per la comunità. Dopo aver attraversato l'oceano ci si rende conto che le necessità di una comunità autonoma che resiste da anni in un contesto di oppressione e povertà sono assai diverse dalle nostre, che spesso rischiano di essere forse autoreferenziali facendo più bene a noi che a loro.
Per questo pensiamo che costruire l'erbolario e la casa di conserve, come altri futuri progetti di questo tipo, sia molto più utile allo sviluppo del processo autonomo e quindi al mantenimento dei loro processi culturali. Questo non significa che il calcio non sia un fenomeno rilevante per i ragazzi della comunità, anzi è sicuramente uno strumento di aggregazione e di valorizzazione, per questo infatti sistemeremo il campo da gioco e parteciperemo al torneo rebelde che si terrà la prossima estate. Hanno mostrato molto entusiasmo per questa proposta, siamo infatti convinti che dignità significhi anche essere liberi di divertirsi e non c'è niente di più gratificante che giocare a calcio in un campo ribelle dopo aver attraversato i sogni e gli oceani....
IL DIRETTIVO ULTRAS ANCONA
IL VIAGGIO NELLA SELVA DELLA CAROVANA DI YABASTA! (GENNAIO 2005)
Per chi aveva avuto occasione di risalire da Las Margheritas la strada verso La Realidad la prima novità arriva a San Josè: la costruzione, basata sul progetto di alcuni compagni svizzeri, del ponte che renderà agevole l'accesso alla Clinica. Nella Clinica si formano i promotori di salute che si dividono nei 4 Municipi (San Pedro Michoacan, Terra y Libertad, Libertad de los pueblos maya, Emiliano Zapata) e negli innumerevoli villaggi che li compongono. Prima di arrivare a La Realidad si passa per Guadalupe Tepeyac. Guadalupe è stata completamente ricostruita dagli abitanti, con il sostegno del progetto El Estadio del Bae, dopo l'allontanamento dell'accampamento militare ottenuto durante la Marcia Zapatista. Ed eccoci a La Realidad: davanti al Caracol è parcheggiato El Chompiras, mega camion acquistato dalla Giunta per rendere possibile il miglioramento della circolazione dei prodotti nelle tiende comunitarie dell'intera vallata. E' con questo camion rosso che viaggiano i compas per raggiungere anche comunità distanti. Uno degli obiettivi è aumentare l'acquisto diretto del caffè facendo salire i prezzi di vendita. Pochi pesos in più al chilo che però rappresentano un primo passo per affrancarsi dall'avidità dei coyotes e da un mercato internazionale del caffè che vorrebbe imporre prezzi da rapina ai produttori. All'ingresso del Caracol è visibile il punto Internet a disposizione di tutti con la possibilità di connettersi in rete direttamente dalla Selva. L'uso di internet come molte altre strutture è reso possibile dal caparbio funzionamento (non certo senza inevitabili problemi) della turbina idroelettrica costruita dalla comunità insieme a YaBasta ed ai turbineros. In questa zona a differenza di molte altre dove la situazione di scontro è più pesante, per il momento la convivenza tra zapatisti e non, è meno difficile; in molti casi anche chi non aderisce all'organizzazione zapatista si rivolge alla Giunta per i propri problemi. D'altronde fin dalla loro nascita le Giunte hanno espresso la volontà di offrirsi a tutti gli abitanti della zona con le proprie funzioni. In altre zone dietro la facciata delle strutture priiste agiscono bande paramilitari e provocatori che non esitano a cercare di rendere difficile la vita delle comunità zapatiste.
All'interno del Caracol è ormai quasi ultimato l'Erbolario struttura che permetterà la produzione di pomate, scriroppi, gocce a base di erbe che poi saranno distribuite in tutte le comunità. Un lungo lavoro è stato fatto per salaguardare le conoscenze tradizionali e rendere disponibili a tutti. L'Erbolario a cui si affiancherà la Casa di conserve in avanzata costruzione (il laboratorio per la conservazione degli alimenti) fa parte delle strutture finanziate all'interno del Progetto El Estadio del Bae promosso dagli ultras del VeneziaMestre e da molte altre tifoserie. Queste strutture insieme a molti altri progetti fanno parte della costruzione del Caracol come centro propulsivo di attività che si possono propagare nell'intero territorio, in tutte comunità quelle più vicine e raggiungibili con la strada e quelle raggiungibili a piedi o in lancia.
Nei giorni della nostra permanenza a La Realidad abbiamo iniziato con la Giunta una collaborazione per attivare il progetto AGUA PARA TODOS per dotare di acqua potabile le comunità. Il Chiapas pur essendo una delle zone del Messico più ricca d'acqua vede ancora l'impossibilità dell'accesso all'acqua potabile per gli indigeni, con tutto quello che comporta in termine di salute umana. Molte delle malattie contratte sopratutto dai bambini dipendono proprio dalla mancanza di acqua potabile. Per questo durante la nostra permanenza, abbiamo condotto un piccolo corso rivolto ai bambini, che attraverso il gioco e i disegni hanno potuto rendersi conto di quanto l'acqua sia un bene prezioso e delle conseguenze del suo inquinamento. AGUA PARA TODOS è l'idea di promuovere la capacità autonoma di analizzare l'acqua dei fiumi, delle fonti, dei pozzi e di attrezzare e di progettare le forme di potabilizzazione adatte ad ogni comunità. In queste prime settimane abbiamo iniziato insieme ad esponenti delle comunità a fare le prime analisi, un lavoro che loro continueranno nei prossimi mesi. Ci siamo lasciati con un impegno che vogliamo lanciare a tutti: quello di mettere insieme tante conoscenze da una parte all'altra dell'oceano per inventarsi insieme metodi, strutture e tecniche per potabilizzare l'acqua nella maniera migliore e riproducibile.
Le giornate sono trascorse veloci tra analisi dell'acqua, dialoghi con le promotrici, incontri con la Giunta per pensare nuove idee e progetti e poi quando si riprende la strada sterrata del ritorno la sensazione come sempre è quella di un arrivederci ... magari la prossima estate per il torneo di calcio proposto dagli ultras. Un torneo per festeggiare l’inaugurazione delle strutture comunitarie sui campi da calcio ristrutturati col contributo dei tifosi. Un torneo che si preannuncia già come un memorabile Mundial del Futbol Rebelde organizzato con passione, fraterna ospitalità e un pò di sana follia dalle comunità ribelli.
È ora di ripartire. Nella testa ci restano le parole di un compa della giunta: “ ... siamo per un mondo senza frontiere, dove tutti possono girare liberamente, dove a tutti sia garantito il diritto a vivere con dignità”.
SETTEMBRE 2003: DI NUOVO IN VIAGGIO, DI NUOVO NELLA SELVA PER INIZIARE I LAVORI.
DALLA LAGUNA ALLA SELVA CON FRANCESCO NEL CUORE.
PRIMA PARTE.
Però..... sicuramente è questa la parola che mi ricorda e che mi ricorderà per sempre il Messico. E' una parola corta, appena quattro lettere, ma se strascicata e letta alla messicana, o meglio con la calma messicana, è una parola lunghissima. Una parola che ha molteplici significati, ma solo sentendola in Messico e dai messicani la si può capire, rispettare, comprendere, considerare. O anche riderci sopra.
Come del resto ti viene naturale fare con la cultura, la religione, il cibo, il modo di fare, di vivere messicano. E non c'è assolutamente da prendersela se un messicano non arriva puntuale all'appuntamento che hai fissato il giorno prima ma non hai stabilito un'ora esatta. Beh, l'appuntamento te l'ha già dato... Ci vediamo domani, manana, ahorita, ahorita... piano piano, con calma. La calma messicana, quella che non puoi fare a meno di notare in tutto il Messico, anche nell'enorme e caotico D.F., el districto federal, 30 milioni di persone, le strade strapiene di auto, bus, camion, carretti, tir, bici, moto e un'infinità di taxi. Un buon 80% sono vecchi maggiolini. Si lanciano sorpassano a destra, ti suonano, passano col rosso, senza cinture, senza targa e magari senza patente, senza luci, sedili, tergicristalli. Ma anche se inchiodano e si fermano ad una spanna da un'altra auto perchè questa si è bloccata all'improvviso, si agitano le braccia, magari ci si saluta e tutto finisce lì. E' stupefacente la calma con cui anche le diatribe stradali si risolvono. Da noi basterebbe un decimo di tutto questo per farci urlare, inveire, bestemmiare, offendere, che sia colpa dello stress?
Da quando sono tornato tutti non fanno che domandarmi de El estadio del Bae. A che punto siamo, come procedono i lavori, cosa resta da fare. Beh, prima di tutto dovete sapere che la Caracol (regione zapatista ribelle) di Hacia la Esperanza nel Chiapas è una zona impervia senza una carretera, una strada degna di questo nome, che porti fino a La Realidad, il capoluogo. Quindi per portare qualsiasi materiale o carico c'è veramente da sudare. La strada costringe il carro, così si chiamano i camion, a passo d'uomo e molte volte bisogna scendere per sgomberare il passaggio, spingere il mezzo, lavorare di pala per superare buche e smottamenti. Ma l'essere umano è strano e cose che sembrano impossibili diventano una sfida. Fra te e difficoltà che paiono insormontabili c'è di mezzo la gratificazione che di dà riuscire a superarle.
Si arriva così a La Realidad, distante pochi km e diverse ore da Guadalupe Tepeyac. La Realidad, roccaforte zapatista, è un paesetto di 1100 anime tra cui un'infinità di bambini. Siamo nel cuore della Selva Lacandona a 630 metri sul livello del mare, di notte se guardi il cielo hai a tua disposizione il planetario: le stelle sembrano così vicine che alzando una mano ti sembra di toccarle. Di più, pur non essendoci una luce, un lampione, nulla, ti sembra ugualmente giorno perché a terra ci sono miliardi di lucciole che illuminano e ti illuminano. Uno scenario che ti lascia senza parole a pensare alla meraviglia della natura incontaminata fa davvero pensare... pensi ai prodotti transgenici, e ti chiedi che senso abbiano, che senso abbia modificare gusto, caratteristiche, colore dei prodotti della terra, appiattirne il sapore... sotto questo cielo, senza radio, senza tv, passi delle ore a farti domande come queste. La Realidad, in questo piccolo paese sparso tra verdissime colline, tutti si salutano, si sorridono, si parlano. E' incredibile la voglia di conoscere, di imparare che si respira... un insegnamento di vita che ti ricorda come tutti abbiamo qualcosa da imparare da chiunque.
Si, l'Estadio, avete ragione. Abbiamo costruito un comedor, una mensa per noi della brigata di lavoro, che sarà utilizzata in seguito dalla comunità per tutti gli ospiti. Poi siamo passati a sistemare le latrine per collegarle al futuro impianto di fitodepurazione. Le latrine avevano una particolarità, diciamo così: erano bassissime e, pure io che non sono certo 'na paina', avevo enormi difficoltà a trovare una posizione comoda... così appena vedevi una di queste latrine ondeggiare sapevi che, non di terremoto si trattava, ma della "terrificante craniata" di qualche internazione che mal si era regolato.... Torniamo a noi, al nostro progetto: ci siamo spostati a La Realidad, da Guadalupe Tepeyac, perchè la Junta de Buen Gobierno che amministra la Caracol ci ha chiesto sostanziali modifiche al progetto originario. In sostanza ci ha chiesto di delocalizzare in tutto il territorio molte delle strutture previste originariamente a Guadalupe. Oltre a questo potenzieremo il lavoro relativo all'acqua (potabilizzazione, distribuzione e fitodepurazione degli scarichi), collegandoci al grande progetto "Agua para todos". I campi da calcio dovrebbero diventare due, ci siamo impegnati a dare una sistemata infatti anche a quello di La Realidad per la gioia dei calciofili locali. I lavori sono poi proseguiti con la costruzione di una "casa de conserva", una scuola per insegnare alle famiglie a conservare la frutta e la verdura in eccedenza, qui si potranno conoscere le tecniche di conservazione e si produrranno artigianalmente vari tipi di conserve delle pianti officinali in pomate, pastiglie, medicinali vari.
Tutto questo perché per noi l'Estadio non poteva ne doveva essere un Maracanà nella Selva: chi vive qui ha necessità e bisogni fondamentali per la propria stessa sopravvivenza. Le lunghe riunioni con la Junta, contrassegnate da miliardi di... però, scanditi in mille tonalità, ritmati, lunghi, strascicati, si sono chiuse con la certezza di essere sulla strada giusta. Una strada tortuosa che da Marghera, dalla Laguna, ci ha portato sin qui, nella Selva, per portare con noi lo spirito del Bae, la sua voglia di farci conoscere questi piccoli uomini, queste piccole donne, colore della terra, capaci di insegnarci il significato della parola dignità. Mi sembrava di vederlo, il Bae, e appena festeggeremo la ristrutturazione del campo sportivo con un grande torneo del futbol rebelde, un sogno, il suo, il nostro, sarà realizzato. Un sogno che è divenuto patrimonio di tanti altri, che il Bae non l'hanno mai conosciuto, da altre curve, da altre realtà, che si sono aggregate per lavorare insieme dandomi la prospettiva per capire che grande cosa abbiamo messo in piedi in ricordo di Francesco. Credo che il ritorno degli altri "barboni" sarà l'occasione per continuare il discorso, che cose da dire ne sono ancora molte.
Un saluto dal Mago.
SECONDA PARTE.
21 settembre, il ritorno. Dopo aver partecipato attivamente alla protesta contro il vertice del WTO di Cancun, riprendiamo la strada per la Selva. I viaggi quaggiù sono l'essenza del vivere messicano: non esistono i treni, ci sono solo i pullman per spostarsi. E ogni viaggio sembra una trasferta, quelle che di solito si fanno al sud; ore e ore interminabili, con strade piene di curve, di salite, discese e di topes, i rallentatori di velocità, che qui sono alti e bisogna farli quasi da fermo.
18 ore più o meno è il tempo che impieghiamo da Cancun per arrivare a San Cristobal de las Casas, l'ultimo avamposto civile… o forse incivile. La mattina seguente ci svegliamo alle 4, prendiamo il combi per Comitan, poi il taxi fino a Las Margaritas, dove alle 7:30 parte il camion per San Quentin, che ci riporterà a La Realidad. Ah, maldito tiempo mexicano!! Il camion non arriva, forse l'abbiamo perso; e invece no, è in ritardo di circa un'ora ma con calma arriva. Un'altra ora e mezza di asfalto e poi, di colpo, superiamo i lavori di asfaltatura che il governo ha deciso di fare per rendere più accessibile arrivare a La Realidad (ma per chi? Per l'esercito forse?) e ci ritroviamo dentro alla Selva, in questa che chiamano carretera , ma che di strada ha ben poco. La Selva sembra inghiottirci, fa caldo, semo streti come sardee , ma poi riconosciamo Guadalupe Tepeyac. Siamo quasi arrivati, mancano solo una decina di km, più o meno un'ora e mezza!! Ripartiamo dopo una piccola sosta per rifocillarci e all'una e mezza siamo finalmente in vista del Caracol Madre de los Caracoles del mar de nuestros suenos, La Realidad. E l'emozione è sempre forte. Vengono ad accoglierci Tabù, il capocantiere di Padova che coordina i lavori e i tre ragazzi di Pisa che ci hanno preceduto di qualche giorno. Subito mi viene in mente che in altre occasioni, questi incontri ravvicinati coi pisani avrebbero potuto essere diversi e invece, me ne accorgerò durante la settimana, sono dei ragazzi veramente in gamba. È questa la cosa forse più importante di questo sogno che stiamo realizzando: mettere insieme realtà diverse, che non hanno niente in comune e che magari sono rivali.
Siamo arrivati giusti in tempo per la comida, ma per fortuna i compas ci presentano una pasta che dopo un viaggio così lungo ed estenuante ci ridà un po' di vigore.
Veniamo subito aggiornati sui nuovi dettagli e soprattutto sul progetto dei pisani, che dopo l'ennesimo colloquio con la Junta de Buen Gobierno, ha assunto particolari caratteristiche: la loro disponibilità a fornire manodopera per le brigate rimane intatta, anzi è già pronta per dicembre la nuova brigata, mentre loro si impegneranno ad acquistare una macchina per gli ultrasuoni, nell'ambito del progetto sulla salute, fortemente voluto dalla comunità e fortemente necessario; e sul quale già da tempo l'Associazione Ya Basta si sta spendendo.
Il giorno dopo iniziamo i lavori al Caracol: entrare in questo piccolo “parco” è una sensazione che non è facile descrivere; mi sento al centro del mondo, mentre noi lavoriamo, a fianco abbiamo zapatisti impegnati in assemblee, di fronte giovani a scuola che imparano a diventare promotori di educazione e altri promotori di salute. È una delle emozioni più forti ed intense di tutto il viaggio.
Il nostro lavoro inizia con lo smontaggio di una costruzione di legno, dove poi sorgerà la prima delle costruzioni che ci hanno chiesto di fare, la casa de herbolaria. In due giorni smontiamo tutto e il giorno seguente iniziamo a prendere le misure e i livelli. Il terreno è un po' in pendenza e quindi iniziamo a spianarlo, a braccia naturalmente. Insomma in questa prima settimana spianiamo il terreno e poi mentre aspettiamo il materiale vario dal mondo incivile, procediamo con alcuni lavori all'accampamento: portiamo l'acqua semipotabile (che necessità cioè di un piccolo correttore per poterla bere), alziamo il soffitto delle latrine e iniziamo i lavori per il nuovo comedor dei “ brigadistas ”.
Il fine settimana è un po' triste: i compas pisani se ne vanno; le interminabili ore di discussione sugli zapatisti, sul football business e sul futbol rebelde, ci hanno segnato e fatto crescere a entrambi. Ci sentiamo un po' soli così la Junta decide di metterci a disposizione una brigata di uomini delle comunità facenti parte del Caracol. Se prima avevamo degli orari messicani adattati all'europea, ora ci tocca veramente naturalizzarci: ogni mattina ci vengono a svegliare alle 5, quando il sole non è ancora sorto e noi ci sentiamo quasi costretti ad obbedire al volo. Non tutto è negativo, comunque, qua l'alba è una cosa che ti fa girare la testa, i colori sono qualcosa di indescrivibile. Con la brigata messicana è arrivato anche il materiale così iniziamo a scavare le fondamenta di questa casa, poi giù l'armatura e infine a fine settimana riusciamo pure a buttare il cemento e a finire queste fondamenta. Le difficoltà maggiori erano la mattina, quando ci ritrovavamo il cantiere allagato dalle piogge della notte precedente e il fatto che gli attrezzi a nostra disposizione sembravano fatti di burro e si rompevano al primo uso.
Gli ultimi giorni sono frenetici, ci sentiamo quasi in dovere di lavorare tutto il giorno, vorremmo fare il più possibile, avanzare coi lavori, ma soprattutto vorremmo poter stare qui. In questa seconda settimana ci siamo ambientati perfettamente e anche i contatti e la comunicazione con la gente della comunità era diventato più facile, sia perché la naturale loro diffidenza era calata, sia perché il nostro itagnolo era migliorato visibilmente.
8 di ottobre, è mattina, le 4 di mattina. Ci alziamo e prepariamo i bagagli, alle 5 parte il camion che ci riporterà a San Cristobal. Neppure il tempo di bere l'ultimo caffè e corri perché questa volta il camion è arrivato pure in anticipo, e non aspetta. Mentre mi avvio per il sentiero scorgo il murales del futbol rebelde , quello del simbolo del progetto, poi mi guardo indietro e mille pensieri cominciano a sorgermi in testa. Il primo è per Francesco, il Bae. Ancora una volta sento che ci è vicino, che ovunque noi andiamo ce lo porteremo sempre al nostro fianco. Insieme stiamo percorrendo una strada, un sogno, il suo sogno quello di stare con gli uomini e le donne del color della terra, con gli ultimi, con quelli olivados en el ultimo rincòn del mundo, elo màs pobres. Il viaggio di ritorno è lungo uguale e mi dà modo di pensare a queste due ultime settimane. Cieli stellati mai visti prima, la via lattea, miliardi di lucciole la sera sul prato e dentro la nostra camera, i giochi coi bambini, i lavori, la vita da semi-barboni, cucinare sul fuoco a legna, gli insetti carnivori, il caldo, le piogge torrenziali, le infinite discussioni, coi compas italiani e zapatisti, le partite di calcio contro questi piccoli Maradona della Selva, le tortillas, il caffè, dormire sull'amaca, svegliarsi alle 5 di mattina, il rio dove andavamo a lavarci, la cascata, i sentieri, la tienda comunitaria, la Junta, el pueblo, i galli, il caracol, ogni singolo murales, la paz, la justicia, la democracia. Immagini che mi affollano la mente, immagini che non potrò dimenticare.
¡QUE VIVA EL BAE, QUE VIVA LA REBELDIA ZAPATISTA!
* * *
QUESTO E' IL RACCONTO DEI FRATELLI CHE IL DICEMBRE 2002 SONO ANDATI A GUADALUPE PER INIZIARE I LAVORI.
DIARIO DI UN VIAGGIO TRA IL POPOLO COLOR DELLA TERRA. DEDICATO A FRANCESCO.
16 dicembre, finalmente si parte. Dal Centro Sociale Rivolta destinazione aeroporto. I fratelli e le sorelle che ci accompagnano sono prodighi di consigli e raccomandazioni. Il Bae parte con noi, ci dicono, ed hanno terribilmente ragione. Per noi tre di Marghera, per Stefano il modenese, per Tato, il pisano, la presenza di Francesco nei nostri pensieri è dolcezza, è adrenalina. Tante domande ci girano in testa. Come arriveremmo fin dentro la Selva, come affronteremo le prove che ci attendono, come ci capiremo coi messicani. Le quindici ore di viaggio sopra l'oceano passano veloci e la consapevolezza dell'importanza di questo nostro viaggio aumenta man mano. Città del Messico vista dall'aereo è spaventosamente grande, la cappa di smog che la avvolge non riesce a nascondere l'immensità di questo sterminato formicaio umano. Venti, forse venticinque milioni di abitanti, nessuno sa quanti siano gli uomini e le donne che vivono nel DeFe, el Districto Fedèral. Ad accoglierci gli studenti del Politecnico Nacional, il cui collettivo sta collaborando al progetto. Ci danno il benvenuto informandoci che ci sono problemi con l'esercito federale che sta chiudendo in una morsa le comunità ribelli del Chiapas. Gli stranieri impiccioni non sono bene accetti, soprattutto se vanno a portare solidarietà ai ribelli zapatisti. La carovana che porterà in Chiapas gli studenti del Poli è spiata, seguita, controllata dalla polizia politica. Così los italianos si mimetizzano da perfetti turisti, un pò frikettoni. Un autobus di linea, in Messico praticamente non esiste il treno, ci porta fino a Tuxtla Gutierrez, la capitale del Chiapas. Venti ore di viaggio per traversare tutto il Messico meridionale. Dai finestrini le immagini di un mondo fatto di tanti mondi. Città, villaggi, deserti, pianure, montagne, facce, colori, che non scorderemo facilmente. Un taxi-fuoristrada ci porta a San Cristobàl de las Casas, città dallo stile coloniale spagnolo, bellissimo ed ultimo avamposto raggiungibile da tutti prima di addentrarsi nella Selva Lacandona. In questo tratto di strada la dura realtà quotidiana della vita degli ultimi della terra esplode davanti ai nostri occhi: ai margini di ogni centro abitato, grande o piccolo che sia, piccoli insediamenti di poverissime baracche, volti di donne e di bambini, sovrastati dai cartelloni pubblicitari delle sementi transgeniche delle multinazionali. Il contrasto è forte tanto più se si pensa che proprio queste grandi corporations sono le responsabili dell'attacco alla biodiversità della grande foresta e dei suoi abitanti. A San Cristobàl incontriamo i responsabili di Enlace Civil, una ONG che coordina i rapporti tra le comunità ribelli della Selva e le realtà internazionali che arrivano sin qui per sostenere la loro resistenza con programmi sanitari, scolastici e di aiuto di vario genere. L'incontro, organizzato per aggiornarci sulla situazione attuale si trasforma ben presto in una interessante lezione sui problemi generali delle popolazioni indigene, sui progetti di sfruttamento delle risorse naturali che le grandi compagnie vorrebbero strappare ai legittimi detentori, le comunità indigene che da sempre vivono in questi luoghi. Ci spiegano anche come comportarci all'interno delle comunità:formalmente non si possono scattare foto ai ribelli perchè se l'esercito dovesse fermarci, un sorriso rubato potrebbe costare loro la vita. Gli squadroni della morte, gruppi paramilitari finanziati dai latifondisti, imperversano. Omicidi e stragi restano ovviamente impuniti. Oltre le immagini da cartolina, è questa la realtà del Messico d'oggi. A San Cristobàl restiamo altri due giorni. Il tempo di organizzare la spedizione verso la Selva, verso Guadalupe Tepeyac. Acquistiamo generi di prima necessità, cerchiamo i contatti per un buon trasporto e poi partiamo. Carichi di bagagli, provviste ed entusiasmo, verso la vera meta del nostro viaggio. Un comodo fuoristrada della cooperativa di trasporti Emiliano Zapata ci porta fino a Comitàn dove ci aspetta la "coincidenza". La "coincidenza" è un vecchio, piccolo bus scassatissimo, che porta sul parabrezza una scritta tracciata con le dita sul fango che incrosta il vetro: Guadalupe Tepeyac. E' il nostro, adesso si che comincia il viaggio! Le ore passano mentre lentamente il nostro bus affronta la pista battuta che si addentra nella Selva, su e giù tra le montagne, costeggiando precipizi e burroni incredibili. Sembra sempre sul punto di non farcela, il nostro carro, ed invece supera gli ostacoli più difficili nell'allegro vociare dei passeggeri. C'è molta gente sul bus e così qualcuno di noi pensa bene di accomodarsi sul tetto, comodamente sdraiato tra sacchi di farina ed altre merci. Verso sera è un pò umido ma il panorama ripaga il rischio reumatismi. Dietro una curva scorgiamo delle luci, un villaggio, è Guadalupe.
Sono quasi le dieci di sera, abbiamo viaggiato
tutto il giorno ma finalmente siamo arrivati. Guadalupe, il posto dei sogni,
quelli di Francesco, i nostri, non possiamo non pensarci... Bae, te lo
gavevimo dito! Ad accoglierci decine di piccoli incuriositi dal nostro
arrivo (avete presente certe trasferte in posti incredibili... di più, di più!).
Arrivano anche il Sindaco della comunità e Maurizio, un indio di Trento che
vive da alcuni anni nella Selva. Lui si occupa della falegnameria, uno dei
progetti complementari che i fondi raccolti per EL ESTADIO DEL BAE stanno
alimentando. Si cena tutti insieme al comedor publico, una sorta di mensa
comunitaria, dove la gioia è data dallo stare assieme e dal condividere quel
poco che c'è da mangiare. Siamo fortunati, stasera zuppa di pollo, roba che non
si vede tutti i giorni. Le tre settimane che verranno ci faranno capire quanto
dura sia la vita da queste parti. Ogni giorno saremo ospiti di una delle
famiglie della comunità, pranzo e cena: mais e fagioli, fagioli e mais e per i
più fortunati addirittura qualche uovo! Ma a nutrirci è il calore e
l'ospitalità di queste gente che vuole dividere con noi tutto il poco che
possiede. Vogliono farci alloggiare in una struttura nuova, costruita apposta
per gli osservatori internazionali, ma noi zingarelli dentro (e non solo!),
preferiamo le stelle e l'amaca tirata tra gli alberi. Il primo risveglio a
Guadalupe non si può dimenticare: piano piano tutto il villaggio viene svelato
dall'alzarsi della nebbiolina mattutina. E' meraviglioso, sembra un presepe,
solo che qui è tutto vero, i personaggi sono persone vere, eccome se sono vere.
Ce ne accorgeremo nei giorni che verranno. Una cosa, in verità, ci appare
estranea al contesto: è l'ospedale governativo, struttura alla quale le comunità
ribelli non si rivolgono, e ne hanno ben donde. E' un mostro di cemento, prive
di attrezzature mediche, e le facce che lo frequentano sanno più di sbirri o
militari che di persone che abbiano fatto il giuramento di Ippocrate. Gli
abitanti delle comunità frequentano invece alcuni centri di salute pubblica,
operativi nella zona, realizzati col contributo della solidarietà
internazionale e lì, ci informano, dovremo recarci in caso di bisogno. I
"medici" dell'ospedale del governo non amano certo quelli come noi. La
notte arriva presto a Guadalupe, dopo cena si sta attorno al fuoco, si canta, si
parla, si guardano le stelle, che non sono come da noi. Le stelle sopra la
Selva ti lasciano a bocca aperta, sono milioni, milioni, addormentarsi sotto
questo cielo è un'emozione indescrivibile. Il Bae è qui, con noi, ne siamo
certi. Sono i giorni che precedono le feste di Natale ed un nugolo di bambini
entusiasti ci sveglia di buon mattino. Ci attendono alcune ore di cammino nella
Selva per giungere alla sorgente da cui si preleverà l'acqua per la comunità.
Nei giorni precedenti alcuni giovani del villaggio avevano segnato nella Selva
con il machete il percorso della tubatura, noi ci rechiamo a pulire la fonte e
cominciamo le misurazione delle distanze e dei livelli. Capiamo subito che loro,
gli indios, sono molto più fissi di noi! Sopportano il caldo
umido e la fatica meglio di noi che siamo due di loro. E' proprio vero che
l'apparenza inganna, questi piccoli uomini color della terra sono veramente a
casa loro nella Selva, ma noi cerchiamo di non sfigurare, mettendoci la volontà
e tutto l'entusiasmo che l'incontro con loro ci ha dato. Arriva il Natale che
qui è una grande festa, una festa vera. mica panettoni e sentimenti di
plastica. Festeggiamo con una grande mangiata di riso e fagioli, è uno strano
Natale, fa caldo ma sentiamo sicuramente di più il clima della festa. Ci
invitano al grande torneo di futbol, un triangolare tra le tre squadre
della comunità (noi avevamo declinato causa acciacchi da lavoro, non volevamo
fare brutte figure) e con una cerimonia ufficiale molto speciale consegniamo
loro le mute da gioco che avevamo portato dall'Italia. Le maglie nerazzurre e
quelle gialloblu, si mescolano all'arancioverde, i ragazzini con le magliette de
EL ESTADIO, corrono da tutte le parti. Il torneo è una festa, in campo
non fanno complimenti, le ginocchia si sbucciano che è un piacere sullo spiazzo
usato come campo da gioco. Non possiamo non pensare al Bae. Ci sembra di
vederlo, col suo ghigno de oro, ci sembra di vederlo e l'emozione non si
può descrivere. Dopo i giorni di festa si torna al lavoro. La comunità non è
convinta delle soluzioni tecniche proposte dai compagni del Politecnico,
arrivati nel frattempo anche loro a Guadalupe. Così tutti insieme dopo ore di
assemblee e incontri, si decidono sostanziali modifiche al progetto. Ci mettiamo
al lavoro di buona lena, assieme agli studenti del Poli, tutti gli uomini
della comunità sembrano spariti. C'è una strana aria in giro, ma nessuno ci
dice più di tanto. Mancano pochi giorni al 1° gennaio, anniversario
dell'insurrezione zapatista e ventennale della fondazione dell'EZLN,
l'esercito dei ribelli zapatisti. Qualcosa di grosso si sta preparando, assieme
ad alcuni attivisti italiani di YA BASTA! che ci hanno raggiunto, ci
spostiamo a La Realidad, la capitale dei territori ribelli. Lì ci consigliano,
per la nostra sicurezza, di uscire temporaneamente dalle comunità d di
ritornare a San Cristobàl.
La mattina del 1° gennaio siamo sulla piazza
centrale, lo Zocalo cittadino. Non si vede nessuno. Arriva no alcuni che
cominciano a montare un palco, noi cominciamo a capire che potremo essere
testimoni di qualcosa di importante per la gente di qui, e non solo... ci
aggiriamo nel centro di San Cristobàl ed ecco una, due, dieci, cento, furgonetas,
camioncini scoperti traboccanti di gente. Si danno appuntamento ad un incrocio
poco fuori dal centro, donne, anziani, uomini e bambini, tutti col
passamontagna, tutti che brandiscono un machete, sono più di trentamila!
L'attesa dura ore sotto il sole cocente dei 2200 metri di San Cristobàl, non si
sente una voce, un rumore, è un silenzio assordante, irreale. Il corteo partirà
solo alle cinque di sera, ce ne accorgiamo perchè il silenzio d'incanto è
rotto dall'improvviso sbattere assieme di trentamila machete, dagli slogan e dai
canti che si alzano dal serpente umano che percorre le strade. La popolazione si
unisce agli zapatisti e scende in strada. L'atmosfera è surreale, non si vedono
sbirri in divisa (furbi anche in Messico...), il corteo, di certo non
autorizzato, entra nella piazza. Lo Zocalo si riempie all'inverosimile, migliaia
di torce illuminano l'acciaio dei machete, dal palco parlano i comandanti
zapatisti. Tutti indossano il passamontagna ed il paliacate, il
fazzoletto rosso emblema degli zapatisti. Noi siamo come rapiti, estasiati dalla
dignità di questa gente, capace di ribellarsi in nome dell'umanità. Tato, il
pisano, sempre più fora, si arrampica sui ponteggi che avvolgono la
Cattedrale, quella di Monsignor Samuel Ruiz, il vescovo ribelle, e issa un
vessillo: Ci siamo Bae! Te lo gavevimo dito! Siamo qui, tra quella gente
cui sentivi di appartenere, siamo qui e una parte di noi resterà sempre qui,
con te. Nei nostri occhi immagini che sarà impossibile cancellare, immagini che
già sogniamo di vedere nuovamente. L'acqua che, col nostro contributo, disseta
la comunità di Guadalupe non è niente di fronte alla dignità di queste genti,
di queste comunità. Una dignità che ha dissetato la nostra sete di giustizia,
le nostre coscienze. Tornati a Guadalupe terminiamo i lavori, la fatica non la
sentiamo neppure, dopati come siamo dall'entusiasmo di aver partecipato ad un
evento memorabile: il ritorno degli insorti zapatisti! Adesso altri
raccoglieranno il testimone, il Bae ed il suo Estadio, il sogno di un ultras
ribelle, sono qui ad aspettarci.
QUE VIVA EL BAE! QUE VIVA EL FUTBOL Y LA REBELDIA ZAPATISTA!