Contro razzismo, repressione e footballbusiness!

Fatti, cronache, commenti. Il calcio italiano e non solo, in questo periodo sta vivendo forse il suo più triste momento di vita: il business selvaggio, i decreti spalmadebiti, le false fidejussioni, i passaporti falsi, l'intromissione di SKY per salvare i club più potenti, la strumentalizzazione della violenza e delle curve. Questo e molto altro è il nostro calcio. Noi non ci stiamo, e non siamo soli: in molti la pensiamo diversamente e non ci riconosciamo più in questo sporco business voluto da pochi potenti che a nulla interessa della passione della gente per questo sport, per i propri colori, per la propria comunità. UN ALTRO CALCIO E' POSSIBILE.

SOMMARIO:

1. MANCHESTER IN CORTEO CONTRO ZIO PAPERONE. DI ALBERTO PICCININI.

2. GIOCARE A CALCIO NEI TERRITORI OCCUPATI. DI MARCO PERISSE.

3. IL CALCIO SENZA LIMITI. DI GIANNI MINA'.

4. ULTRAS E CALCIO. STRADE VECCHIE E SENZA USCITA. DI GUIDO LIGUORI E ANTONIO SMARGIASSE.

5. BUSINESS E MILITARIZZAZIONE STANNO PRODUCENDO UNA VERA E PROPRIA PRIVATIZZAZIONE DEL CALCIO. DI GUIDO CALDIRON.

6. CAOS CALCIO. LA RIVOLUZIONE PER SALVARE IL PALLONE. DI ALBERTO PICCININI.

7. REGOLE NUOVE PER EVITARE UNA SCISSIONE. DI GUIDO LIGUORI E ANTONIO SMARGIASSE.

8. CAMPIONI DI SILENZIO. DI ALBERTO PICCININI.

9. SCAGIONATI I TIFOSI DEL COSENZA. DI SARA MENAFRA.

10. LA TRAGEDIA DI AVELLINO. ASSOCIAZIONE NOIULTRAS VENEZIAMESTRE.

 

 

* MANCHESTER IN CORTEO CONTRO ZIO PAPERONE. DI ALBERTO PICCININI.

I tifosi dello United continuano la battaglia contro il miliardario americano Malcolm Glazer e il suo tentativo di scalare la proprietà del club inglese. Tra le iniziative spunta il progetto di un clamoroso esodo dall'Old Trafford.
E' come «prepararsi a un'evacuazione in tempo di guerra», dichiarano a Manchester i tifosi-attivisti che stanno dietro il progetto Fc United. Ovvero: nel caso che il miliardario americano Malcolm Glazer riesca a conquistare la proprietà del club, i tifosi del Manchester United potrebbero abbandonare l'Old Trafford per seguire un nuovo club, l'Fc United appunto, presieduto da Eric Cantona e iscritto al campionato regionale, coi colori sociali dei Red Devils (rosso, nero, bianco) e nessuno sponsor sulla maglia. Se riuscisse, sarebbe davvero un'impresa clamorosa. Ma l'idea non è nuova: se ne cominciò a parlare nel 1998 quando la pressione dei tifosi dello United costrinse Rupert Murdoch - allora fresco imprenditore della tv via satellite - ad abbandonare l'idea di comprare uno dei club più ricchi e popolari del mondo; primo quanto a ricavi nella classifica stilata di recente da Deloitte, secondo a nessuno per la passione e il radicamento dei suoi fan inglesi. Per contrastare il tentativo di scalata del miliardario americano Malcolm Glazer, attuale azionista dei Devils al 28,1%, pronto ad investire circa 800 milioni di sterline per ottenerne la maggioranza assoluta, i tifosi-attivisti del Man U. non lesinano in fantasia, e neppure in organizzazione. In prima fila nella battaglia c'è la Shareholder United, il comitato di circa 20.000 tifosi-azionisti che controlla il 2% del club, ma punterebbe a riunire sotto la sua ala quel 18% di azioni ritenute nelle mani sicure di tifosi e non di «affaristi». C'è anche un'Associazione Indipendente dei tifosi (IUMSA) e ci sono le fanzine, molto di sinistra, come Red Issue; c'è il comitato «Not for Sale» (non si vende), che mercoledì scorso ha sfilato in manifestazione nel lungo viale che porta all'Old Trafford poco prima della partita di Champions persa contro il Milan. Tra gli striscioni: «Muori Glazer Muori».

Già famigerato, infine, è il Manchester Education Comittee, che senza mezzi termini chiama all'«azione diretta» contro Glazer: «Se verranno in Inghilterra, i Glazer avranno un caro benvenuto - si legge in una delle loro dichiarazioni di guerra - E non importa quanto grossi saranno i bodyguard». Per il momento, fortunatamente, non è successo niente di grave: solo pochi barattoli di vernice rossa versati sulle automobili di alcuni dirigenti, e un'invasione di campo durante la partitella settimanale tra le riserve del club.

Ancora, sul sito specializzato Football365 è uscito l'altro ieri un appello al boicottaggio televisivo della partita di ritorno Milan-Man U. a San Siro, che verrà trasmessa in Inghilterra dal canale privato Itv: «Glazer - scrive il direttore Philip Corwall - vuole fare i soldi coi tifosi-telespettatori; gli attivisti del Manchester U. devono chiamarli alla mobilitazione». Nei forum dei tifosi già si discutono le possibilità di successo e di visibilità per un'azione del genere: detto tra parentesi sembrerà strano, ma l'1-0 senza repliche col quale i rossoneri hanno sconfitto i Red Devils in casa loro, è stato dimenticato in fretta.

Una minaccia di boicottaggio, infine, pende anche sugli sponsor del club - decine di multinazionali, dalle bevande ai marchi sportivi. La fanzine Red Issue racconta nel suo ultimo numero che Stuard Normansell, titolare di un pub a Stockport, ha ritirato dalla vendita birra Budweiser e Pepsi Cola, ottenendo sostegno nella sua azione anche dai tifosi del Liverpool e dagli arcirivali del Manchester City.

Vero anche che il nemico Malcolm Glazer, detto l'elfo per il suo aspetto e la diabolica barbetta rossa che gli cinge il viso, è un bersaglio facile facile. Dallo scorso ottobre sono stati respinti dal consiglio d'amministrazione del Man U. i primi due tentativi della sua scalata. E' in corso in questi giorni il terzo, realizzato con l'appoggio della banca Rotschild. Il mercato azionario guarda con favore a Glazer: le quotazioni dei Reds vanno a gonfie vele. Ma per i tifosi è un altro discorso. La cittadinanza statiunitense (ma l'origine è lituana) non aiuta il miliardario, anzi per l'ultraorgoglioso calcio inglese è soltanto un'aggravante. La sua carriera di Paperone (è il 275 uomo più ricco al mondo, per Forbes) ha tratti fumettistici: tra l'altro ha cercato di comprare senza successo la fabbrica della Formica e della Harley Davidson. Nemmeno la sua biografia di imprenditore sportivo lo rende simpatico: Glazer è il proprietario della franchigia di football americano Tampa Bay Buccanieer, acquistata nel 1995 e portata al sucesso nel Superbowl del 2003; la sua presidenza è stata caratterizzata dall'innalzamento dei prezzi dei biglietti e del merchandising, ma soprattutto dal tentativo, poi fallito, di acquistare i più redditizi L.a. Dodgers subito dopo aver vinto il titolo coi Tampa Bay.

Per dirla coi tifosi-attivisti del Manchester: «L'arrivo di Glazer non porterà nuovi soldi al club, ma soltanto un nuovo proprietario, che cercherà di ripagare i costi dell'operazione attraverso il portafoglio dei tifosi». Parole condivisibili, certo. Il fatto è che opporre una simile idea di democrazia calcistica alla deriva affaristica di una squadra che è già la più ricca al mondo, in fatto di merchandising e quotazioni borsistiche, presenta un non so che di paradossale. Anche per questo l'aspetto populista e un po' sciovinista della battaglia dell'Old Trafford ha fatto arricciare il naso ai grandi giornali inglesi. L'autorevole columnist sportivo Ian Ridley scrive sull'Observer: «Nessuno ha protestato quando il Man U. ha rinnegato storia e tradizione per diventare una società per azioni (...) Essere venduti è sempre una possibilità (...) e finchè le intenzioni di Glazer non saranno ufficiali il giudizio deve rimanere sospeso».

Ma quest'ultima è un'eventualità che non passa neppure per la testa ai tifosi hardcore del Manchester United i quali nel respingere in toto le accuse di ingenuità e populismo della loro battaglia ribattono su uno dei loro siti così: «Soldi e calcio sono stati sempre intrecciati (...) Il punto è che i soldi devono essere al servizio del calcio, e non il contrario».

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* GIOCARE A CALCIO NEI TERRITORI OCCUPATI. DI MARCO PERISSE.


Il Bnei Sakhnin, squadra della Galilea arrivata fino in coppa Uefa, e l'Akei Nazareth amalgamano arabi e ebrei, nativi d'Israele e non, europei, brasiliani e africani. E ora la scommessa della Palestina allenata da Azmi Nassar
MARCO PERISSE
Nell'estate del 2003, mentre le cronache continuavano a scandire giornate di sangue e terrore con attacchi incrociati di razzi su Israele e missili «chirurgici» dell'esercito della stella di David, un piccolo club arabo di Nazareth vinceva la sua battaglia per la qualificazione nella prima divisione del campionato israeliano. Il calcio segue da queste parti un suo particolare corso: è il campo più avanzato di taluni stupefacenti esperimenti di convivenza pacifica, interetnica e interconfessionale, rivendicati come tali dai loro stessi artefici. È forse questo che dava una marcia in più all'Akei nazzareno, il cui successo si specchiava in quello del Bnei Sakhnin, squadra arabo-israeliana della Galilea protagonista della straordinaria impresa sportiva di percorrere in un decennio il cammino dalla quinta categoria alla serie maggiore. Con tale carica inerziale da sospingerla fino a conquistare lo scorso maggio la Coppa d'Israele - fatto inedito per un team arabo - e il clamoroso ingresso nel salotto Uefa delle migliori. Con un mister israelita, Eyal Lahman, in panchina.

Un anno e mezzo fa il mister alla guida dell'Akei Nazareth era l'arabo di passaporto israeliano Azmi Nassar. E questa sembra la pietra filosofale scoperta dai due team: la capacità (rivendicata) di aggregare e amalgamare senza diffidenze arabi ed ebrei, nativi d'Israele e non, europei, brasiliani e africani chiamati di rinforzo a sostenerne gli impegni del calcio di vertice. Sicché quando alla Federcalcio palestinese è sorto il dilemma di come sostituire l'austriaco Alfred Riedl sotto il cui comando è stata mancata la qualificazione alla fase finale della Coppa del Mondo 2006 (la Palestina è finita terza nel suo gruppo asiatico di 4 contendenti), la scelta è caduta su Nassar, designato a Capodanno. Scelta non facile: benché Nassar abbia nel suo curriculum la creazione dal nulla della selezione palestinese negli anni `90, ciò avveniva quando i rapporti tra l'Anp e Israele erano più distesi. Tanto che il suo insediamento è rimasto inizialmente impastoiato nella macchina diplomatica: «Di norma - precisava a caldo sulla nomina un portavoce dell'esercito israeliano - vietiamo l'accesso a Gaza ai cittadini israeliani salvo ai volontari in missione umanitaria e ai giornalisti». In virtù del suo incarico, Nassar ha ottenuto un permesso speciale. Il presidente della federazione palestinese Ahmed al-Afifi ha sottolineato, fra le doti del neo-ct, proprio la facoltà di muoversi rapidamente e senza intoppi, in forza alla sua nazionalità, dai territori occupati a Gaza attraverso Israele. Cosa impossibile ai palestinesi, giocatori compresi.

Nassar è innanzi tutto uomo di sport, sebbene la tensione sulla striscia non faciliti il miglior viatico alla sua avventura. «La gente di Nazareth - ricorda - mi aveva accettato: sono uno di loro e sanno da che parte batte il mio cuore. In Palestina conoscono le mie radici». La selezione potrà contare su giocatori di Gaza, del West Bank, e fuoriusciti, due dei quali giocano nella prima divisione cilena. Nassar ha inventato a suo tempo la nazionale palestinese, che fallì la qualificazione alla fase finale del mondiale coreano-giapponese. Mai ha fatto mistero di vedere il mondo del pallone col prisma iridescente del melting pot dei suoi attori: «Qui abbiamo fatto proprio un bel cocktail - commentava dell'Akei - con arabi, ebrei, israeliani, ungheresi, brasiliani. Larry Kingston è ghanese. Bianchi e neri». In una società in cui sono le stesse comunità a leggersi secondo le rispettive differenze etnico-religiose. Identità e limes. Perlopiù insormontabili. Che solo il calcio pare qui aver esondato. Qui dove i segni significano di più, e sono sovraccarichi di valenze. In questo caso, così anticonservatrici che padre Emile Ruhana, pastore cristiano delle due confessioni ortodosse di Sakhnin, riconosce nella vincente squadra del Bnei il fattore fondativo di un'identità cittadina altrimenti mai condivisa: dove i matrimoni misti sono un tabù; dove l'esigua minoranza cristiana è separata in due comunità tra loro invise che non riescono nemmeno a riconoscersi in un comune calendario di festività religiose: 600 greco-ortodossi e altrettanti greco-cattolici uniati attaccati alla tradizione in modo assertivo di una diversità incomunicante in una cittadina di 25.000 residenti, in maggioranza musulmani, fra cui vivono ebrei marocchini, arabi cristiani, drusi. «Il calcio è oggi il cuore e l'anima della città - confessava padre Ruhana al giornale israeliano Haaretz il 2 gennaio, alla vigilia del Natale ortodosso in via di celebrazione la settimana successiva - e la gente è unita solo sotto i colori del Bnei, tanto i musulmani come i cristiani; d'altro canto, tutti gli arabi d'Israele fanno il tifo per Sakhnin». Squadra-parabola di quanti si sentono reietti eppure alla ricerca di nuova dignità. La forza dei simboli; che hanno però anche il loro negativo. Ecco allora che nei giorni del voto palestinese, il Sakhnin va a vincere meritatamente l'8 gennaio in casa del Betar e il dopo-partita è segnato a Gerusalemme da una gazzarra antiaraba messa in atto da oltranzisti ebrei con un bilancio di 15 arresti e vari contusi. In mattinata i tifosi arabi si erano recati alla Spianata delle moschee per pregare alla vittoria della loro squadra. Tante sono le tensioni che il match perso sabato dal Bnei con l'Hapoel Tel Aviv ha innescato una controversia: l'arbitro Assaf Keinan ha accusato un dirigente del Sakhnin, Shaher Halaila, di averlo preso a pugni. Mostrando un video che scagionerebbe Halaila, un dirigente del club ha parlato di «cospirazione».

Il calcio rappresentato è del resto ovunque dopato da questa forza evocativa al punto che il compassato Die Welt, l'11 gennaio, chiede a Nassar se la sua nomina sia coerente con le prospettive di una riapertura del dialogo israelo-palestinese all'indomani dell'elezione di Abu Mazen. «Non mi occupo di politica», rispondeva il ct. E se c'è un calcio fatto di sogni, riscatto, successi e frustrazioni personali; giocato da concrete persone che li immedesimano nell'ambizione di vincere assieme una partita mettendovi dentro orgoglio e vis pugnandi; fatto del piacere di giocare a pallone, che appartiene a tanti, e di ammirare le prodezze di quelli più bravi che non a caso sono diventati professionisti; c'è però anche un calcio-rappresentazione che registi, attori e spettatori inoculano delle loro diverse proiezioni. Quando questo calcio monta in scena, le rinvia in modo puntualmente contraddittorio perché incapace di elaborarle. Accade a Roma come a Amsterdam, dove il presidente dell'Ajax, Jaakke, ha proposto formalmente una decina di giorni fa di rinunciare al retaggio ebraico del club per evitare di esacerbare gli animi sia di quanti vi si riconoscono con ostentazione identitaria che di quanti vi catalizzano contro l'odio antisemita. In Olanda è aperto un dibattito vivace.

Ogni tanto bisognerebbe però rileggere i maestri: «Tra gli spettacoli, oggi, abbiamo una sola forma di rappresentazione da cui è esclusa la passione individuale: lo sport. Il pubblico di una partita di calcio - scriveva Roland Barthes su Théâtre Populaire nel lontano 1953 - è capace di far propri i gesti esteriori dello scontro cui assiste, l'esultanza, lo scontento, l'attesa, al cospetto di una narrazione vicina a una grande problematica morale: la dimostrazione empirica dell'eccellenza. Purtroppo, questa venerazione lascia intravedere la distanza che separa lo sport dalle grandi tragedie antiche, suscitando unicamente una morale della forza; mentre il teatro di Eschilo (Orestea) o di Sofocle (Antigone) provocava nel suo pubblico una vera emozione politica, esortandolo a piangere l'uomo invischiato nella tirannia di una religione barbara o di una legge civica disumana». Qualsiasi simbolo gli si appiccichi addosso, c'è qualcosa che il calcio, la sua rappresentazione, non riesce proprio a fare: surrogare la politica.

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*IL CALCIO SENZA LIMITI. DI GIANNI MINA'. www.triburibelli.org

Il calcio senza limiti e senza pudore economico che proprio Silvio Berlusconi impose con il suo avvento alla presidenza del Milan, dopo aver fornito al Cavaliere, insieme alla Tv commerciale, la macchina del consenso per sostenere la sua discesa in campo nella politica, adesso gli scoppia, come un «botto» di carnevale, sotto la sedia. E il premier-operaio è costretto a varare in fretta e furia un controverso decreto legge che azzera la corsa di molti presidenti di club professionistici a risolvere, con un ricorso al Tar, i propri fallimenti tecnici e gestionali e forse, neutralizza anche la tentazione di alcuni di questi tribunali amministrativi regionali di riscrivere le classifiche dei campionati a seconda della propria fede calcistica.

Di fatto, però, il decreto legge al quale il governo ha dovuto ricorrere, delegando solo al Tar del Lazio e poi, eventualmente, al consiglio di stato la possibilità di risolvere controversie non composte dall'ormai screditata giustizia sportiva, rappresenta la sconfitta di una certa idea di calcio professionistico. Una filosofia che si è venuta affermando negli ultimi quindici anni proprio con il cambio di marcia commerciale suggerito, all'universo del pallone, dal Milan del Cavaliere. Un'idea neoliberale, dominata da un business sempre più incorretto, senza più regole uguali per tutti o certe per tutti, se non il dominio del più arrogante.

Il gioco poi, con l'affermarsi del mercato dei diritti televisivi delle partite criptate è diventato addirittura spietato. Con il Milan e la Juventus che usufruiscono, per esempio, di una porzione di utili esagerata rispetto a quanto tocca, negli altri paesi europei, alle società di egual censo ma che evidentemente sentono più forte l'esigenza di equità e la certezza che il calcio non lo si può giocare da soli o proponendo incontri sempre fra le stesse squadre (come Juve e Milan hanno già fatto 3 volte in meno di 15 giorni quest'estate). Finora tutto era andato avanti con l'arte del compromesso.

Inviando magari Franco Carraro, vecchio navigatore dello sport e della politica italiana, a presiedere nuovamente la Federcalcio, dopo una lunga guerra di posizioni che aveva diviso i club ricchi dal resto dell'universo pallonaro italiano. Un altro compromesso era stato quella di eleggere alla Lega (la Confindustria del pallone) Adriano Galliani (amministratore delegato del Milan), proprio il dirigente che con Antonio Giraudo della Juventus spinge da tempo per un campionato europeo da far disputare ai club di maggior potenza finanziaria, lasciando il resto del movimento calcistico di casa nostra al suo destino. In questa gestione sconsiderata dove il consenso dei presidenti poveri (di A e di B) veniva comprato dai club poderosi con una congrua cifra che veniva iscritta nei bilanci della Lega sotto la voce «mutualità», era normale evidentemente per la giustizia federale comminare pene ridicole per gli scandali dei falsi passaporti o per i casi di doping che nella stagione passata hanno sfiorato Juventus Milan Inter Roma Lazio Parma. Nessuno allora ricorreva al Tar per questi insulti e per queste offese alla legalità, malgrado fosse chiaramente intaccata la credibilità degli stessi campionati. Ognuno aveva il suo scheletro nell'armadio da nascondere.

L'iniziativa del disinvolto Gaucci (padrone di Perugia Catania e Sambenedettese) di rompere la clausola compromissoria (che impegna il mondo dello sport a non rivolgersi alla giustizia ordinaria) e l'insistenza di Gaucci stesso di ricorrere a vari Tar per restituire la serie B al Catania che l'aveva persa sul campo ma poteva approfittare a sorpresa di una incongruenza della giustizia federale, ha rotto evidentemente il gioco dei precari equilibri, dei compromessi, dei ricatti su cui si reggeva questo calcio. Un movimento che è copia palese dell'attuale sciagurato momento della nostra società. Berlusconi ha chiuso la bocca ai Tar ma questa volta non può gioire per avere ancora sconfitto degli organi di giustizia. Una mediocre storia di poca trasparenza nella gestione del nostro calcio professionistico ha scoperchiato infatti il verminaio rappresentato dal modello di gestione del calcio scelto anni fa proprio dall'attuale presidente del consiglio dei ministri e ha fatto tremare l'unità del suo governo forse più di quanto ci si potesse aspettare, quasi come per le questioni riguardanti giustizia ed economia.
E siamo anche curiosi di vedere se la Lega calcio, presieduta da Adriano Galliani, sarà capace di convincere i modesti parvenue del calcio di serie B a giocare un campionato infinito a 24 squadre come pretendono La Russa e gli alleati di governo di An.

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*ULTRAS E CALCIO, STRADE VECCHIE E SENZA USCITA. DI GUIDO LIGUORI E ANTONIO SMARGIASSE.

La notte di violenza del derby romano ha spinto il movimento delle curve in un vicolo cieco dal quale sarà difficile uscire. Ma è il calcio italiano più in generale ad annaspare tra contraddizioni gravissime che, senza regole nuove, rischiano di uccidere lo sport più amato dagli italiani.

Gli ultras sono oggi al centro della scena. Bersagliati da ogni parte, vivono momenti difficili. Ma è il calcio italiano più in generale ad annaspare tra contraddizioni gravissime. Sia i primi che il secondo sono avvitati in una spirale di crisi da cui sarà difficile venire fuori. La cronaca ha sbattuto in prima pagina il «mostro ultras». Paradossalmente, verrebbe da dire, perché la decisione di adoperarsi per fermare lo spettacolo di fronte alla morte di un tifoso appare ineccepibile. Fortunatamente non era morto nessuno, ma nel momento in cui la notizia appariva quanto meno probabile, decine di migliaia di persone hanno imposto , in forme tutto sommato civili, soltanto la sospensione della partita. Mostrando un'etica ben maggiore di chi è incapace di fermarsi di fronte a tragedie di ogni genere, dalle Torri gemelle alla strage di Madrid, alla morte di un tifoso, perché lo show (il business) deve andare avanti, sempre e comunque. Il problema vero, però, è il contesto in cui questo episodio si è verificato. Intorno allo stadio si susseguivano da ore scontri tra gruppi di tifosi e forze dell'ordine. Nelle curve echeggiavano puntuali i cori e gli insulti verso la polizia e i carabinieri. Striscioni e cori dal contenuto rivoltante trovavano spazio nell'una e nell'altra curva. Nessuna sorpresa: rimossi in fretta i progetti che nella primavera scorsa lo stavano configurando come principale antagonista del « calcio moderno» e della sua deriva neoliberista, il movimento ultras sembra tornato a seguire logiche estranee al tifo calcistico propriamente detto. La politica e la violenza sono tornate padrone delle curve. La questione, beninteso, non riguarda soltanto la Capitale; e non riguarda neppure soltanto l'iniziativa politica di gruppi neofascisti. Se, come sembra possibile, Livorno e Ternana conquisteranno la serie A, ad occupare le prime pagine il prossimo anno saranno i nomi e i simboli propri dell'ultrasinistra, compreso Stalin et similia. Nelle curve romane però l'egemonia incontrastata è di quel coagulo di forze che fanno riferimento alla destra antisistema. E qui la scelta, tutta politica, è stata quella di puntare sulla trasformazione del movimento ultras in soggetto dell'antagonismo sociale. Una scelta che è insieme ambiziosa, complessa e assai rischiosa. L'ambizione sembra quella di proporre il movimento degli ultras come alternativa al movimento no-global. Rifiuto intransigente della globalizzazione e della società multirazziale in nome della difesa della identità culturale, razziale e nazionale; critica del pacifismo ma opposizione ferma alla guerra delle forze sioniste e anglo-americane: questi, in breve, i temi forti che accompagnano, nelle fanzine, nelle radio e negli striscioni delle curve, la comunicazione calcistica dei gruppi ultras romanisti e laziali. L'accentuazione delle tematiche politiche, però, limita la capacità espansiva degli ultras e li espone all'incomprensione e all'ostilità degli altri tifosi. Insistere con la politica, la violenza, il razzismo porterà il movimento ultras a un punto di non ritorno. Le (prevedibili) ondate repressive dello Stato avverrebbero allora nell'indifferenza o addirittura nel consenso generale. Chi ha a cuore davvero il mondo delle curve deve chiedersi se perseverare sulla strada della politicizzazione e della violenza non significhi percorrere fino in fondo una strada senza uscita e autodistruttiva.
Il sistema-calcio da parte sua sta vivendo in Italia momenti di straordinaria fibrillazione. Staremo a vedere se e come si uscirà dalle attuali contraddizioni. Abbiamo letto, tra il sorpreso e il divertito, le dichiarazioni di Galliani: «Roma e Lazio vanno protette. Ho affrontato le due squadre in Coppa Italia, l'atmosfera magica dell'Olimpico è qualcosa di incredibile. Non possiamo immaginare un campionato senza queste due grandi squadre». Noi vogliamo porre questa questione: ormai da anni nessuno in Italia è in grado di contrastare, senza finire in rovina, la potenza economica, politica e mediatica del Milan targato Fininvest e della Juventus della famiglia Agnelli e dei dieci milioni e passa di suoi tifosi. L'Inter ha potuto contare su mille miliardi e più del portafoglio personale di Moratti, finendo però puntualmente (al di là dei propri errori di gestione) nel tritacarne della comunicazione sportiva gestita dagli altri; la Roma invece ha apparati egemonici (la Rai soprattutto) sufficientemente forti per tutelare la sua immagine, ma nelle casse non c'è più un soldo; la Lazio e il Parma, svelati i bluff Cirio e Parmalat, ormai sono due vasi di coccio dispersi tra le acque delle isole Cayman.
In questa cornice, troviamo poco appassionante il dibattito tra neoliberisti (di destra e di sinistra) che invocano il fallimento dei club indebitati come molla per avviare il risanamento e protezionisti (anch'essi bipartizan) che chiedono la tutela dei club delle grandi aree metropolitane come condizione per tenere in vita il nostro calcio . Ricominciare dalla serie C non è un disonore. È già toccato a grandi club. Il problema vero è che non è più sostenibile un calcio modellato su chi ha più soldi e più potere degli altri in misura spropositata. Milan, Juventus e (forse) Inter oggi possono tranquillamente «saccheggiare» tutte le altre squadre, anche a buon mercato, semplicemente garantendo ingaggi più alti ai giocatori. Possono tranquillamente costruire le loro «macchine perfette», battere ogni record di punti, specchiarsi felici nei loro giornali e nelle loro televisioni.

Quello che non possono più pretendere però è la complicità. L'Olimpico, il San Paolo, il Franchi non sono anfiteatri in cui le folle applaudono i fuoriclasse altrui. Gli anni `60 non tornano più. Dal vicolo cieco in cui è finito il calcio italiano non si esce distribuendo prebende a società da tenere sotto scacco negli anni a venire. Se ne esce cambiando le regole, organizzando campionati in cui sia garantito tendenzialmente a tutti almeno la possibilità di competere per la vittoria finale. In cui la forbice delle risorse tra i più ricchi e i meno ricchi non superi certe dimensioni. Solo così sarà possibile evitare che il «campionato più bello del mondo» si riduca definitivamente a una sorta di Trofeo Berlusconi che ogni anno Milan e Juve si giocano tra loro.

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*BUSINESS E MILITARIZZAZIONE STANNO PRODUCENDO UNA VERA E PROPRIA PRIVATIZZAZIONE DEL CALCIO. DI GUIDO CALDIRON.

Quattro giorni sono forse pochi per sperare che il tempo trascorso renda possibile una riflessione più serena, eppure su quanto è accaduto domenica sera allo stadio Olimpico c'è davvero bisogno di ritrovare la calma. Per ribadire, perlomeno, i contorni reali di complessi fenomeni sociali che sono stati ridotti, nello spazio di una notte di scontri, a semplici variabili dipendenti dell'ordine del pallone. Stampa e televisione si sono scatenati, la magistratura ha aperto un'inchiesta, la polemica innescata dalla decisione di sospendere il derby è diventata un vero affaire: eppure di quello che davvero accade nelle curve italiane si ha l'impressione di conoscere meno oggi di quanto non fosse fino a domenica mattina.

Il bilancio politico-mediatico della partita non finita dell'Olimpico si chiude infatti con un'unica apparente certezza: gli ultrà non esistono. Esistono solo figuri prezzolati dalle società, soldati politici del neofascismo, criminali che usano lo stadio per gestire i loro sporchi affari. Il fenomeno ultrà è ridotto al simulacro violento di ciò che nel calcio non funziona, la sua parte malata, insensata, fondamentalmente "altra" rispetto a una sorta di Eden del prato verde.

Eppure se sono evidenti e noti sia il rapporto di molti gruppi e "capitifoserie" con alcune società, sia il tentativo, mai cessato negli ultimi anni, da parte dell'estrema destra di svolgere un ruolo in diverse curve e anche la degenerazione affaristica di alcune storiche sigle del tifo radicale, ridurre gli ultrà a questo equivale a consegnare uno degli ultimi "spazi pubblici" che ancora esistono nel calcio al devastante binomio affari-repressione. Piuttosto è necessario scomporre tutti questi elementi, scorrere nella loro specifica identità i pezzi di un mosaico che oggi viene letto come un quadro omogeneo, senza incrinature né contraddizioni. Si tratta, del resto, non solo di una possibile pista di indagine, ma anche del solo modo per poter scovare ancora qualche antidoto alla definitiva trasformazione del calcio in una sorta di rollerball multimiliardario, guardato a vista legioni di robocop.

Il primo passaggio da considerare riguarda l'uso che della passione calcistica fa ormai il business del pallone. «La passione è il nostro prodotto di punta», annunciava solo pochi anni fa la campagna pubblicitaria con cui la Roma calcio preparava il suo ingresso in borsa e la sua trasformazione in "azienda sportiva". Ci vogliono «testa e cuore», aggiungevano alla società giallorossa, per far funzionare il calcio di oggi, visto che, come spiegava un altro spot, «anche l'orgoglio rende attivo un bilancio». E la borsa non era che il primo passo, prima del lancio dei canali tv digitali dedicati alle singole squadre. Del resto l'industria dei telefonini Vodafone già nel 2000 ha siglato un accordo con la squadra inglese del Manchester United per inserire sul circuito della telefonia mobile servizi e immagini delle partite per i tifosi. «Quello dello sport, e del calcio in particolare, è un settore davvero speciale, difficile da gestire, ma di grande interesse» aveva spiegato in quell'occasione al quotidiano britannico Guardian Jean Paul de la Fuente direttore della Media Content, agenzia specializzata negli investimenti su sport e media, che aveva aggiunto: «in termini di tempo e di soldi che si è disposti a spendere, lo sport è la cosa più importante nella vita di tantissima gente».

I presidenti del calcio sono diventati manager, le squadre vere aziende, i calendari degli incontri sono dettati dai palinsesti del satellite e dalla pay-tv, l'intera faccenda ha assunto i contorni di una enorme operazione commerciale: sulla carta tutto per il bene dei colori amati dai supporter. Eppure in questo calcio che è disposto addirittura a rinunciare al luogo stesso della partecipazione popolare, lo stadio soppiantato dai canali digitali, e a quotare in borsa perfino emozioni e passione, qual è il posto che spetta ai tifosi?

E' questo il secondo punto su cui soffermarsi, per un ragionamento che dai fatti dell'Olimpico sappia arrivare a cogliere i molteplici aspetti della questione.

Negli ultimi anni, accanto all'immagine del calcio-business c'è stato infatti posto solo per il fenomeno internazionale degli hooligans, e in Italia per la tipizzazione in senso neofascista e iperviolento degli ultrà. Questo, come se alla progressiva trasformazione degli stadi in luoghi della "produzione immateriale" - soldi sonanti accumulati a partire dai sogni e dall'immaginario dei tifosi - si accompagnasse necessariamente l'emergere di una tifoseria connotata da violenza e razzismo. In questo senso, il football miliardario non solo non è stato in grado di eliminare gli hooligans, ma ne ha fatto una costante terribile di ogni campionato europeo. L'unica rivolta consentita nell'industria del pallone che cerca di trasformare i tifosi in consumatori, sembra essere quella dei "ribelli senza causa" delle curve violente, segnate dalla cultura xenofoba dell'estrema destra. Non solo, come aveva ben dimostrato il cortocircuito tra affari, estrema destra e trasformazione del tifo che ha caratterizzato, una decina di anni fa, la gestione Ciarrapico della Roma, l'involuzione dei vari elementi corre spesso insieme.

Qui si innesta l'ultimo segmento di questa sommaria ricostruzione dello stato dei luoghi del calcio: la repressione. Se infatti la deriva degli affari e quella hooliganista si nutrono spesso a vicenda, è la progressiva trasformazione dello stadio in un laboratorio delle forme più innovative della repressione a chiudere definitivamente il cerchio sul pallone. Nello stadio blindato non va più in scena il gioco dello scontro, la forma "festosa" dell'alterita tra curve e forze dell'ordine descritta dalla sociologia del calcio, ma la pantomima tragica della guerra civile, con il suo corollario di cieca violenza.

Se questa fotografia ha anche solo qualche elemento di concretezza, allora è evidente che solo riproponendo il significato di "spazio pubblico" delle curve e l'irriducibilità dell'identità ultrà alla morsa di affari, estrema destra, repressione, si potrà davvero cercare una via d'uscita. In questo, forse, la serata dell'Olimpico ha detto qualcosa, su cui varrà la pena continuare a discutere.

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*CAOS CALCIO. LA RIVOLUZIONE PER SALVARE IL PALLONE. Di ALBERTO PICCININI.
Paradossi Chi farà rispettare il tetto degli ingaggi, Berlusconi?
La faccia tosta di Berlusconi che si appresta a «salvare il calcio» con apposito decreto non ha davvero limiti. E' la stessa faccia tosta che gli ha suggerito di chiamare il suo partito «Forza Italia» e mettere al primo punto del suo programma il motto «faremo l'Italia come il Milan», sequestrando parole e passioni agli stessi tifosi che ora dovrebbero sentirsi rassicurati, tutelati magari, da un simile decreto. Lasciamo stare l'indignazione un po' sempliciotta sugli «aiuti ai miliardari»: la storia del calcio merita qualcosa di più. E' un paradosso che a Berlusconi si chieda in cambio del nuovo spalmadebiti - come ora fanno alcuni tra i suoi alleati - la garanzia del rispetto di quelle stesse regole che da Presidente non ha tenuto in nessun conto, a suo tempo. Berlusconi, da presidente del Milan, è stato uno dei maggiori responsabili del collasso economico e culturale del calcio italiano: il lievitare incontrollato degli ingaggi, la distribuzione iniqua dei diritti televisivi, il fantasma di una Superlega europea che aleggia da anni sul campionato nazionale dominato dal duopolio Milan-Juve è (quasi) tutta farina del suo sacco. Chi farà rispettare il tetto degli ingaggi? L'uomo del caso Lentini e dell'acquisto fuori mercato di Nesta e Rivaldo? Chi proporrà una riduzione delle «rose»? Il Presidente della panchina lunga al Milan? Quanto alla auspicabile equa ripartizione dei diritti televisivi tra i club, come può uno dei massimi beneficiari in materia (doppiamente, col Milan e Mediaset) dire qualcosa di veramente credibile a riguardo?

Bisognerebbe avere l'onestà di aggiungere che a Berlusconi non è mai interessato niente del calcio. Gli è interessato il Milan, semmai. Come è ovvio ci vogliono due squadre per giocare una partita (al trofeo Berlusconi è sempre la Juventus); ma ce ne vogliono un po' di più per fare un bel campionato. Lo sport professionistico americano ha regole e paletti che servono a proteggere almeno il valore spettacolare (ed economico) della competizione. Nella nostra tradizione del calcio non c'è mai stato niente di tutto questo, e difficilmente ci sarà. Eppure prima del carnevale dei diritti televisivi e della quotazione in borsa il Cagliari poteva vincere il campionato almeno una volta, e questo solo bastava a garantire la bellezza del gioco. Oggi il Chievo è solo una foglia di fico.

Alla fine, il decreto salvacalcio - se mai si farà - salverà i cocci delle comparse che negli anni novanta si sono prestate a mettere in scena la farsa del «campionato più bello del mondo», infilandosi nello spettacolare abisso che oggi minaccia di inghiottire tutto. I nomi li conosciamo, e non solo per meriti calcistici: Tanzi e Cragnotti, Sensi e Moratti, Cecchi Gori. Poi le seconde linee, quelle più pittoresche: Gaucci, Zamparini, Preziosi e tutti gli altri. I Presidenti, insomma. I quali hanno già testato (e generalmente apprezzato) il palese disprezzo del Presidente Berlusconi nei confronti delle regole del gioco: per effetto della gazzarra politico-tribunalizia della scorsa estate ora c'è un campionato di serie A a 18 squadre - che diventeranno 20 la prossima stagione - e un campionato di B a 24 squadre.

Strana interpretazione tutta italiana della promessa così clean e manageriale di una Superlega che metta in campo solo le squadre più ricche e televisivamente più appetibili per audience potenziale. In verità, nel gran movimento di politici e sindaci tifosi, alcuni mesi fa, abbiamo riconosciuto solo le vecchie pratiche della spartizione e degli interessi elettorali, più che un qualsiasi barlume di intelligenza manageriale. E ai Presidenti, «ricchi scemi» nella vulgata calcistica degli anni Sessanta, aspiranti «poveri furbi» di oggi, i tifosi chiedono ancora a gran voce i soldi e i giocatori. E' possibile continuare a recitare questa farsa? A chi fanno comodo tifosi del genere? A chi fanno comodo, soprattutto, gli ultimi demenziali eredi della cultura ultras che si esibiscono in curva?

Si dice: bisogna intervenire per salvare l'aspetto sociale del calcio, altrimenti ci sarà una rivoluzione. Al contrario: ci vorrebbe una rivoluzione per salvare l'aspetto sociale e culturale del calcio. O i tifosi, i calciatori, gli allenatori, verranno coinvolti nel ripensamento necessario delle regole del gioco, o altrimenti il gioco è già bell'e che finito.

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*REGOLE NUOVE PER EVITARE UNA SCISSIONE. DI GUIDO LIGUORI E ANTONIO SMARGIASSE.

E' possibile passare da un sistema oligarchico del calcio come quello attuale dove vincono sempre le stesse squadre a una democrazia del pallone aperta a tutti? Solo ridistribuendo le entrate. Altrimenti tanto vale fare due campionati diversi

Non sarebbe bello vedere un giorno le strade di Palermo invase da tifosi che festeggiano lo scudetto? Migliaia di bandiere e maglie rosanero con il tricolore cucito sopra, con i palermitani sparsi per l'Italia e nel mondo che se ne vanno in giro orgogliosi a cantare la loro gioia. E se l'anno successivo toccasse alla Triestina, il porto colorato di maglie alabardate e tanto buon vino per brindare? E se poi fosse il turno dei tifosi «della Bari» o del Parma? E se - di tanto in tanto - tornassero ad assaporare questa gioia i napoletani, i cagliaritani o i fiorentini, i bolognesi o i sampdoriani, oppure (finalmente) i torinisti e i genoani? E se il sogno, almeno il sogno, di un «giro sulla giostra» non fosse proibito neanche ai modenesi e ai cosentini, ai livornesi e ai pescaresi? A noi piacerebbe - vogliamo dire - un calcio in cui vince chi è più bravo a far crescere bravi calciatori nel vivaio, chi ha osservatori attenti nell'andarli a cercare per il mondo, chi sa scegliere tecnici capaci di assemblare le squadre e dare loro un gioco, con presidenti che sanno aspettare e ragionare, che sono lì perché amano il calcio e tifano per la loro squadra e non in cerca di soldi e di pubblicità. Ci piacerebbe, insomma, un calcio radicalmente diverso da quello attuale. Solo un sogno? Dipende. Certo, tutto oggi spinge nella direzione opposta e non si intravedono scenari nei quali sia possibile tratteggiare un percorso che porti da un sistema oligarchico estremamente ristretto, con due o tre «padroni», come quello attuale, a una «democrazia» nella quale possano aspirare a vincere, con quel pizzico di fortuna spesso indispensabile (perché ti nasce in casa un Cassano, perché peschi un Kakà a prezzi ragionevoli), dieci o più contendenti.

In realtà, ci sono almeno due elementi che rendono un obiettivo di questo tipo qualcosa di difficile, ma non esattamente solo un sogno irrealizzabile. Due elementi in apparenza contraddittori, ma sui quali si può far leva per avviare il cambiamento. Anzitutto lo «skyfo» di tanta parte dei tifosi e degli appassionati per il sistema-calcio attuale. In secondo luogo, la capacità del «neocalcio» - cioè del calcio di oggi, largamente fruibile anche attraverso la tv e in tutto il mondo, rigorosamente in diretta - di farsi produttore di ricchezza in grado di offrire potenzialmente a tutti i club la possibilità di allestire squadre competitive. Vogliamo dire: se si riuscisse a innestare un movimento di opinione pubblica (tifosi, opinion makers, mass media, ultras interessati alla loro squadra e non a «fare politica», ecc.) capace di coniugare l'insofferenza per l'esistente con la volontà di promuovere una distribuzione meno sperequata delle risorse e del reddito, l'intero sistema finirebbe per doversi modellare su basi nuove. Con una regola e una filosofia di fondo: la forbice delle risorse tra primi e ultimi di una stessa «serie» non dovrebbe superare una soglia prefissata. Nel dibattito attuale sulle misure moralizzatrici cui il sistema-calcio dovrebbe sottoporsi, ad esempio, l'accento cade invariabilmente sulla diminuzione delle spese, in particolare sulla necessità di limitare il monte-ingaggi. Giusto. Ma il problema fondamentale per avviare una qualsiasi programmazione è piuttosto quello di dare una cornice ragionevole alle entrate. Parlare oggi di limitazione delle spese non ha molto senso, perché le due o tre squadre straricche e strapotenti hanno budget tendenzialmente illimitati. Non basta che il monte-ingaggi debba essere proporzionale alle risorse: significherebbe solo rendere eterna la situazione odierna. Chi può dire a Moratti: spendi dieci piuttosto che mille? Chi ha titolo per sindacare quale cifra la Fininvest possa destinare al calcio? Se possono partecipare allo stesso campionato squadre che movimentano bilanci da trecento milioni e altre che arrivano sì e no a venti, di quali limitazioni si sta parlando? Se invece si riesce a stabilire che, in linea di massima, il rapporto tra le risorse cui possono attingere squadre che partecipano allo stesso torneo non può essere superiore - ad esempio - di uno a tre, ecco che diventa possibile stabilire tutta una serie di parametri rispetto a cui regolare i flussi di uscita.

Entrate televisive, proventi dal merchandising, sponsor e azionariato: tutto sommato, le entrate dei club non dovrebbero differenziarsi al di là di un rapporto predeterminato. Nella convinzione che il sistema-calcio sia, appunto, un sistema al cui «appeal» sono necessari molti attori, e più sono i protagonisti più è bello, vario e attraente il film; e che un campionato degno di questo nome non debba limitarsi a Milan, Inter, Juventus e, a turno, un «quarto scemo» destinato a un quarto d'ora di celebrità e poi a suicidarsi perché si è dovuto rovinare per misurarsi con la Fininvest più che con il Milan, con l'Ifi più che con i «ragazzi» di Lippi.

La novità grossa e troppo spesso taciuta del neocalcio rispetto al passato è che oggi è possibile fare una programmazione di questo tipo; perché le risorse dei club non sono più legate unicamente al portafoglio delle proprietà. Il reddito del calcio oggi è dato soprattutto dalle tv e dagli sponsor, introiti contrattati solitamente a lunga scadenza, dei quali dunque non è difficile pensare una distribuzione equa.

Se invece si continua sui binari attuali, sarebbe più auspicabile un futuro da una parte con una seria A fatta da tre squadroni e tante squadre-vassalle, con i bilanci rigorosamente in regola ma nessuna possibilità di dar fastidio, quasi come nella barzelletta dell'elefante e del moscone; ed epici scontri tra la «macchina perfetta» della Juventus e l'Empoli, o il Milan «galattico» e il Bologna del Cavaliere del lavoro Gazzoni Frascara. Dall'altra, squadre e tifoserie non più disposte a subire lo strapotere Fininvest o Ifi o le follie di Moratti - e parliamo, ad esempio, di Lazio e Roma, Napoli e Perugia, Fiorentina, Parma e Torino, forse Palermo, Bari, Venezia, Verona e quant'altri - potrebbero organizzarsi in un campionato autonomo. Forse in un primo tempo sarebbe un campionato senza fuoriclasse, ma sempre con una moltitudine di tifosi e appassionati fedeli, spettatori paganti e abbonati tv, poiché il calcio non è puro spettacolo, come dicono gli sciocchi, ma attaccamento, identità collettiva, gioco ludico. Ma andando avanti, investendo nel mercato globale, pian piano anche con giocatori sempre più interessanti e un livello di gioco sempre più qualificato. Ma allora non varrebbe la pena di farla subito un'altra Lega, un altro campionato, diverso negli attori e nelle regole da quello strangolato dal Mi-To? Di iniziare, insomma, un'altra storia del calcio italiano?

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*CAMPIONI DI SILENZIO. DI ALBERTO PICCININI.

Il pomeriggio del 29 gennaio 1995, durante il primo tempo della partita tra Genoa e Milan, si diffuse la voce dell'accoltellamento di un ragazzo fuori dallo stadio Marassi. Solo nell'intervallo, attraverso le radioline e il tam-tam, si ebbe la certezza che Vincenzo Spagnuolo era morto a causa della coltellata di un tifoso interista, Simone Barbaglia. Allora i tifosi genoani tolsero gli striscioni e arrotolarono le bandiere, intonando cori di «assassini, assassini» al rientro in campo dei giocatori. Qualcuno, dagli spalti, informò il capitano gialloblù Torrente. Seguì un conciliabolo tra i giocatori, l'arbitro e i dirigenti e dopo un breve messaggio dei due capitani Torrente e Baresi agli spettatori, la partita venne sospesa. Per la cronaca, Genoa-Milan fu la prima partita di campionato fermata per la morte di un tifoso. Non era successo dopo la morte di Paparelli all'Olimpico, e neppure dopo l'Heysel, ma quel giorno il messaggio sembrò arrivare al cuore di tutti. Restò memorabile la decisione di Fabio Fazio di interrompere Quelli che il calcio mandando in onda lo studio vuoto con le luci abbassate e la diretta radiofonica. Nel frattempo - si disse - gli ultras dichiararono una sorta di «tregua armata» dal momento che all'epoca, benché già pesantemente mutati dalle infiltrazioni neonaziste, si scontravano ancora tra loro e non tutti insieme contro la polizia.

Si possono rileggere gli avvenimenti di domenica sera all'Olimpico di Roma sulla falsariga di quella tragedia di quasi dieci anni fa, a Genoa? Proviamo. Domenica sera, durante il primo tempo di Lazio-Roma si diffondono voci su un bambino travolto da un blindato all'esterno dallo stadio, o su un tifoso romanista in curva colpito mortalmente da un lacrimogeno. In quei minuti, sono voci verosimili: ci sono stati scontri davanti all'entrata della Curva Sud; un lancio di lacrimogeni verso la stessa Curva è testimoniato da molti presenti, e il comportamento generale di Guardia di Finanza, Carabinieri e Polizia non appare irreprensibile. La diffusione della voci è istantanea, e all'entrata in campo dei giocatori si diffondono le grida «sospendete la partita» e «assassini, assassini». Poi alcuni capotifosi, chiamiamoli così, parlano col capitano Francesco Totti: dicono che hanno visto, bisogna smettere di giocare. E si smette. Tutto come a Genova 9 anni fa. A parte il fatto che non era morto nessuno.

E a parte che nel 1995, all'epoca di Genoa-Milan Telepiù, era di là da venire - il calcio in pay-tv cominciò nel settembre 1997. Oggi il campionato è su Sky (Sky-fo secondo gli ultras, tenere a mente), per intero. Così, non sempre è facile per i calciatori «dimostrare di essere veri uomini» (come ha detto l'arbitro Rosetti nel tentativo di far riprendere il derby) in diretta e in prima serata. Svelate dalla lettura del labiale - uno delle specialità preferite dal neo-moviolismo calcistico -le parole di domenica sera hanno assunto di volta di volta inediti accenti di fragilità, paura, sgomento. Il se giochiamo, questi ci ammazzano di Totti; il se è vero ci facciamo una figura di merda di Cassano, resteranno a lungo nella memoria come uno dei pochi drammatici momenti di verità per una categoria famosa in tutto il mondo per parlare poco e dire meno. Mai per prendere in mano il destino del proprio gioco (e del nostro giocattolo).

Si dirà: ma un calciatore parla in campo; parlano per lui i suoi gesti, i movimenti, la maniera di interpretare una partita, la lealtà e la slealtà. E' vero. Ma che dire del fatto che proprio alla Roma (per restare a una delle squadre in campo ieri) è toccato in sorte il tragico paradosso di scendere in campo l'11 settembre 2001 dopo il crollo delle Torri Gemelle, per Roma-Real Madrid; e soltanto dieci giorni fa per Villareal-Roma, la stessa sera dell'attentato a Madrid? Ci furono mal di pancia, dichiarazioni scandalizzate e richieste di fermare tutto. Ma niente: un minuto di silenzio e poi via, palla al centro. I giocatori scesi in campo allora hanno perso un'altra occasione di parlare con un loro gesto. Quello di non giocare.

Aleggia un grande equivoco su queste vicende: quello del «bisogna continuare perché non vinca la violenza, il terrorismo», o del «bisogna continuare per l'ordine pubblico» (e così è andata che all'Olimpico sei messaggi di smentita, diramati dagli altoparlanti, sono stati ignorati). Si dice, infine: è la Uefa che li obbliga; è la televisione che detta le regole; è il calcio-business che domina. Ma è quel che dicono anche gli ultras, nelle pause delle loro guerre assurde, incomprensibili ai più, demenziali e razziste (leggere gli striscioni esibiti ieri all'Olimpico...). E lo mettono in pratica. E ci riescono. Il sospetto che, complotto o no, gli ultras delle curve abbiano vinto domenica una loro inutile battaglia simbolica contro Sky-fo e la polizia, è soltanto molto triste per tutti quelli che allo stadio andrebbero a vedere una partita di calcio. Il sospetto che i calciatori (e con loro i semplici tifosi allo stadio e davanti alla tv) siano rimasti un'altra volta senza parole efficaci resterà nella memoria come il più grande fallimento del moviolismo che scruta i labiali. Silenzio allo stadio.

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*SCAGIONATI I TIFOSI DEL COSENZA. DI SARA MENAFRA.

Dopo la nottata di scontri di giovedì il tribunale non convalida 14 dei 23 arresti

Scagionati dalle accuse più pesanti e indagati solo per interruzione di pubblico servizio. Si è concluso così il processo di ieri per quattordici dei ventitre giovanissimi tifosi del Cosenza protagonisti di una notte di scontri con la polizia locale nei pressi della stazione di Paola giovedì scorso. Il gip chiamato a giudicare sugli arresti ha deciso nella maggior parte di non convalidare il comportamento della polizia e di prosciogliere completamente un ragazzo. Gli altri saranno giudicati per direttissima ma solo per resistenza.

E' il primo giudizio, accolto da decide di assidui della curva cosentina in festa, su una nottata che ha lasciato alcuni danni alla città e qualche livido di troppo addosso a ragazzi arrestati mentre facevano il biglietto per tutt'altra destinazione. Come è capitato al giovane ora prosciolto, che era diretto all'Aquila per un concorso pubblico e invece è stato prima picchiato e quindi arrestato. «Non sono scappato perché non avevo fatto nulla avevo fatto nulla - ha raccontato durante l'udienza - e invece mi hanno sdraiato sul bagnasciuga e picchiato».

Tutto è successo tra mezzanotte e l'alba di giovedì mattina. Il giorno dopo a Roma sarebbe iniziato il processo davanti al Tar del Lazio per decidere se la procedura che ha dichiarato fallita la squadra del Cosenza mandandola in serie D - mentre tutte le altre formazioni traballanti venivano salvate - sia stata legittima oppure no. Il tribunale deciderà di prendersi alcuni giorni di tempo prima di decidere, e i tifosi cosentini attendono in questi giorni di avere notizie.

Nelle settimane precedenti all'udienza, però, la mobilitazione contro la lega Calcio cresce. Anche perché da queste parti ha anche un significato politico. Da settembre scorso è il sindaco di sinistra Eva Catizone a gestire la nuova squadra calcistica e la destra locale, che certo non può protestare contro una scel-ta tanto popolare, non perde occasione per dire che quella subita l'anno precedente è una ingiustizia che grida vendetta. Molti di loro telefonano a radio e televisioni per annunciare che oltre ai pullman a 5 euro è stato organizzato un treno speciale. Quanto costerà non lo sa nessuno, ma la voce di un treno semigratuito si allarga velocemente a macchia d'olio per tutta la provincia. E' per questo che a mezzanotte e mezza di mercoledì notte nella stazione di Paola ci sono centinaia di persone. «Alcuni volevano approfittare del treno per andare a trovare i parenti a Roma, magari portando un po' di provviste - racconta Stefano un tifoso del gruppo Supporters, che non hanno aderito al raduno romano - tra tutti gli arrestati quelli che frequentano lo stadio assiduamente saranno al massimo due o tre». Alla stazione di Paola però del treno «speciale» non c'è traccia. Nessuno l'ha concordato con le ferrovie e la polizia insiste nel dire che il prezzo è di 70 euro. Per evitare occupazioni, i treni in transito vengono tutti bloccati all'esterno della stazione. Dentro le trattative proseguono e alla fine la cifra pattuita è 15 euro andata e ritorno. «Quelli che hanno preso il pulmann ne hanno pagati cinque. Io non pago di più» mormora qualcuno.

La polizia però insiste: o 15 euro oppure non parte nessuno. E appena arrivano i reparti di supporto dai comuni vicini parte la bagarre. Cariche per sgomberare la stazione prima, poi sul piazzale della stazione e giù fino al lungo mare di Paola. I tifosi rispondono lanciando pietre e tirando calci alle automobili, qualcuno danneggia pure la statua del patrono, San Francesco di Paola. Alla fine gli arresti, inizialmente 21 poi 23.

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*LA TRAGEDIA DI AVELLINO. 

Sergio Ercolano lottava tra la vita e la morte in una sala di rianimazione e già il circo degli sciacalli, senza ritegno ed umana pietà, vomitava odio invocando tolleranza zero. Come se la notte di follia e di sangue di Avellino non fosse proprio figlia di una repressione che non guarda in faccia nessuno, che viola diritti fondamentali, che produce solo disperata e nichilista ribellione.

Sergio Ercolano è morto ed il mondo del calcio non ha versato neppure una lacrima. Neppure un minuto di ipocrita silenzio. A ricordare Sergio, i suoi ventanni, la sua morte assurda, solo i ragazzi delle curve. Quelli che ora sono, tutti indistintamente, nell’ occhio del ciclone. Colpevoli, non si sa bene di cosa, ma colpevoli. Soprattutto di aver osato contestare l’ industria del pallone, un’ industria che inquina più del PetrolKimiko, un moloch che sull’ altare del business ha sacrificato morale, etica e passione sportiva.

Neppure una lacrima. Anzi. Presidenti ed allenatori a caccia di un 3 a 0 a tavolino,  dirigenti sportivi corrotti ma nuovamente legittimati, ministri e politicanti “delle libertà” pronti a scatenare l’ ennesima repressione esemplare, forze dell’ ordine che non “sbagliano” mai e, perché no, anonimi “ultras” pronti a rilasciare truculente interviste ad uso e consumo di una stampa giustizialista e meschina.

Sergio Ercolano è morto e la sua morte non ha generato silenzio, rispetto, pietà. Anzi. La sua è una morte da sfruttare per imporre le ricette di sempre, quelle funzionali alla trasformazione del calcio in show business, quelle responsabili della notte di follia di Avellino.

-Quali incidenti ha prevenuto l’assurdo divieto di vendita dei biglietti ai tifosi ospiti? Quale risultato ha ottenuto, se non l’ innalzarsi delle tensioni, questo tentativo di boicottare le trasferte per regalare clienti alla pay-tv?
-La militarizzazione degli stadi e l’ adozione di leggi speciali hanno restituito tranquillità agli stadi o, viceversa, hanno imposto un clima di terrorismo psicologico allontanando molti tifosi e radicalizzando i comportamenti di altri?
-La criminalizzazione generalizzata e preventiva delle tifoserie ultras è una triste necessità per combattere la violenza o, piuttosto è funzionale all’ espulsione di massa dagli stadi di intere
categorie sociali refrattarie agli stravolgimenti che il calcio sta subendo?

Il nuovo “divieto di vendita di biglietti a prezzo politico o comunque a costo largamente inferiore ai prezzi di mercato”, sono parole del ministro Pisanu,   vale da solo più di mille risposte.
Un divieto assurdo, che non contribuirà a risolvere il problema della violenza. Anzi. Repressione, solo repressione, sempre repressione, con l’ ostinazione a non voler vedere i fenomeni di aggregazione giovanile negli stadi anche come risorse, parliamo in termini di socialità e solidarietà non di business, e non solo come cancri da estirpare. Repressione. Tolleranza zero. Non della violenza ma dei fenomeni sociali generati da questa nostra società che ha paura di sé stessa e delle diversità e delle contraddizioni che produce. Una società sotto assedio che ha bisogno di mostri, di nemici, di alieni da combattere perché è incapace ormai di leggersi criticamente, di ripensarsi.

Sergio Ercolano è morto ma “intollerabili” sono le immagini della “teppaglia che aggredisce le forze dell’ ordine”. La morte è già stata sdoganata dalle mille guerre preventive e nella scala Richter dell’ indignazione conta il lato della barricata in cui si muore. Bianco e nero, il Bene ed il Male, amici e nemici, è questa società ad essere ultras, con le sue incrollabili certezze, col “divieto di interrogarsi”, di avere dei dubbi.

Sergio Ercolano è morto. Lo hanno pianto i ragazzi delle curve, gli ultras. Lacrime amare. Che non possono, non devono diventare di coccodrillo. Per rendere la morte di Sergio un po’ meno inutile ci vuole coraggio, il coraggio di mettersi in discussione, di affrontare le proprie contraddizioni. Di riflettere sul nodo-violenza prima che diventi un cappio stretto al collo degli ultras e dei tifosi tutti.
La battaglia, sacrosanta, contro il calcio trasformato in business, contro la repressione preventiva, le leggi speciali e liberticide, pericolose perché esportabili anche nella vita quotidiana di tutti noi, questa battaglia non si vince a colpi di spranga. Gli ultras hanno altre armi: la solidarietà, la passione sportiva, la voglia di partecipazione. Farsi schiacciare su una logica violenza-repressione-violenza servirà solo a generare altre lacrime, altro dolore, altra rabbia. Ci vuole coraggio, il coraggio di disertare una guerra perduta comunque. Una guerra da combattere su di un altro piano, con altre armi. Perché non esiste partita che valga una vita.

 Associazione Noi Ultras       

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