Il Calcio in ginocchio

Ieri, con la finalissima di Wembley, si è concluso l’europeo 2020. Non siamo qui certo per commentarne il risultato sportivo, ma, dopo un mese di riflessione, per commentarne le unicità e le criticità che vi si sono evidenziate: come attivist* e ultras non possiamo certo esimerci da questo lavoro di analisi, soprattutto per le incredibili contraddizioni che abbiamo osservato e che ci hanno schifato ancor più del solito.

Ciò che abbiamo osservato è stato a 360 gradi uno spettacolo fuori dalla realtà, dalle piccole alle grandi cose. A partire dalla volontà di non modificare il nome del torneo, lasciando quel 2020 come a far finta che nulla sia cambiato, che l’ultimo anno sia semplicemente passato per farci riprendere come prima a consumare il prodotto calcistico. Riprova ne è la grandissima pressione esercitata dalla UEFA sulle federazioni per la riapertura seppur parziale degli stadi. Riapertura parziale basata sul classismo, sul privilegio, sul controllo.

Ma, inutile negarlo, sono due le questioni che più hanno preso la scena in questo europeo: la lotta antirazzista, spinta dal movimento Black Lives Matter, abbracciata dagli atleti statunitensi prima e da quelli dal mondo intero poi, e la battaglia per i diritti della comunità LGBTQIA+, nel mese del pride. Nell’europeo più politico che la nostra mente ricordi, la Uefa e le federazioni nazionali si sono chiaramente mostrate per quello che sono: nonostante una facciata accondiscendente, sono una rappresentazione di poteri economici conservatori e retrogradi, a cui lo sport e i suoi valori interessano meno di zero.

Sono ormai anni che la Uefa riempie gli spazi pubblicitari con messaggi antirazzisti, l’hashtag #notoracism con protagonisti i calciatori più famosi, a ricordare che lo sport non conosce discriminazioni. Era reale? Ovviamente no, era solo l’ennesima opera di marketing. E in ciò vogliamo soprattutto sottolineare l’indegna condotta della federazione italiana. La FIGC si è dimostrata rappresentazione di un Paese becero e razzista, che con la scusa dell’equidistanza finisce per prendere le parti dello sfruttatore e non dello sfruttato, quando l’inginocchiamento e la solidarietà alla comunità afro per la repressione e la violenza subita non dovrebbero conoscere schieramento, ma essere universali. Le stesse federazioni che hanno organizzato un mondiale in Sudafrica esaltando Mandela, promuovono un regime di apartheid mondiale.

Ma il calcio è anche conosciuto per essere lo sport machista per eccellenza. L’omosessualità è un tabù tale da non permettere voci fuori dal coro: non sarà certo passato inosservato come (al contrario della battaglia antirazzista) i calciatori non si espongano volentieri su questo tema, e come (ancor più grave) nessuno in ambiente calcistico si sia mai dichiarato omosessuale. Nel calcio l’omosessualità rappresenta uno stigma talmente segnante da dover rimanere un segreto da custodire nella maniera più assoluta, una fuga di notizie potrebbe avere risultati catastrofici. Anche in questo argomento, il “no alle discriminazioni” sbandierato dalla Uefa per marketing si scontra col divieto imposto alla federazione tedesca di colorare d’arcobaleno lo stadio di Monaco, e la superficiale gestione dei cori omofobi della tifoseria ungherese, sia a Budapest che appunto nella partita di Monaco di Baviera contro la Germania. Poi però, all’improvviso, lo stemma della Uefa sui social si tinge d’arcobaleno. Così come si tinge d’arcobaleno anche il logo della serie A in tutti gli account, meno che in quello in arabo…Continueremo ancora per molto a farci prendere in giro in questo modo?

Questa gestione non è relegata solo all’Europa. La notte fra sabato e domenica ha visto anche la conclusione della Copa America. La CONMEBOL (la federazione sudamericana) di sicuro non ha sfigurato nel confronto con la cugina UEFA: il torneo si è giocato mantenendo una facciata di normalità e propaganda quando nel continente alla situazione drammatica per il coronavirus si somma la fase di grandi proteste sociali. Quale modo migliore di silenziarle se non con il calcio? La federazione ha prima cercato di confermare il torneo in Colombia, dove il paro nacional porta in piazza migliaia di persone ogni giorno, nella brutale repressione dello Stato. Grazie alla strenua opposizione della popolazione colombiana e alla non accondiscendenza del governo argentino (che doveva essere co-organizzatore) la federazione sudamericana è stata costretta a trovare un’altra casa alla competizione, per garantirne gli incassi. Non stupisce ovviamente che la decisione finale sia ricaduta sul Brasile di Bolsonaro.

Questa estate di calcio internazionale ci ha confermato ancora di più come il calcio sia ormai uno sport elitario e volto al controllo di massa. Per questo è sempre più importante credere e lottare per la sopravvivenza del fútbol rebelde nei quartieri, nei campi di periferia, dove trova casa lo sport popolare dal basso, e sui gradoni degli stadi, per ricordare ai potenti che non vi molleremo il giocattolo così facilmente, per ricordargli che il calcio appartiene alla gente.

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